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mercoledì 3 dicembre 2014

^Sigh^Life! – Il rilancio di Dylan Dog non funziona



Tre numeri per il rilancio tanto atteso di Dylan Dog, finora. Tre numeri che non funzionano. Il resto, al tempo. Ma fermiamoci qui. 
Intanto le tre firme alle sceneggiature: Roberto Recchioni, Paola Barbato, Gigi Simeoni. Sono tre degli assi portanti del nuovo corso della serie. Il terzo è la novità e, ammetto, quello da cui mi attendevo di più, visto la qualità delle sue prove precedenti. Ma il sig. Dog ormai sembra un buco nero creativo.
La prima storia, Spazio Profondo, un numero a colori sceneggiato da Roberto Recchioni con i disegni di Nicola Mari, ha almeno tre pecche: una storia piatta sul piano emotivo, una chiusura con ribaltamento finale che nemmeno negli anni ’80, un protagonista talmente diluito tra i suoi cloni da nascondersi nelle pagine e nella trama. La storia scivola via, invece di scorrere, nel totale e disarmante disinteresse del lettore, che rimane colpito dalla banalità feroce della chiusura.
La seconda, Mai più, Ispettore Bloch, è firmata Paola Barbato e Bruno Brindisi. Siamo al minimo sindacale. Il soggetto è sciocco, non mi viene altra parola. La logica narrativa con cui Barbato muove la Morte avvilisce anni (secoli) di storie sul valore simbolico che la riguarda. Non c’è ironia, non c’è poesia, non c’è paura, non c’è. E basta. E nel frattempo, il famoso Ispettore Bloch reagisce al pensionamento con la più prevedibile delle modalità… rimbambendosi totalmente. Brindisi fa il suo lavoro con professionalità, ma non so cosa darei per vederlo lavorare (di nuovo) su altri personaggi, con quella sana voglia di rimettersi un po’ in discussione sul piano artistico.
La terza, Anarchia nel Regno Unito, di Gigi Simeoni e Giampiero Casertano (con Recchioni a supporto nel soggetto) è la delusione maggiore. Dylan viene calato in un contesto che lo estranea, in modalità che sono del tutto guidate da necessità narrative avulse da qualunque coerenza psicologica, dove si ritrova a muoversi scomodamente secondo eventi che lo snaturano completamente. Non mancano i momenti efficaci, perché Simeoni e Casertano sanno raccontare. Ma nel complesso, la storia non regge. Le parti meno comprensibili, quando l’Ispettore Carpenter riarma Dylan Dog; come improvvisamente gli lasciano (relativa) possibilità di movimento, in pieno contrasto con la durezza e lo scetticismo dell’apertura di storia; e il quasi bacio con relativo ammanettamento finale. Infantile.
Ora, sgombriamo un equivoco. Non sono un rigido amante del vecchio Dylan Dog. Non sono di quelli che ritengono che i personaggi non possano essere svecchiati, rinnovati, modificati, ecc. ecc.
Ma non riesco a sopportare il semplicismo. Non mi piace vedere la superficialità con la quale i creativi di casa Bonelli stanno affrontando lo sviluppo (fondamentale) di questo personaggio. Non mi piace l’eccessivo schematismo, dove le scelte della trama, necessarie ed imposte esternamente per esigenze degli autori, sviliscono qualunque verosimiglianza psicologica e ridicolizzano l’intelligenza espressiva degli autori.
Sono severo? C’è l’urgenza di dare spessore a Dylan Dog, non di schiacciarlo con scelte banali. Va bene citare Spider-Man nelle copertine, ma ridicolizzare Dylan Dog con commenti che nemmeno il buon Stan Lee dei tempi d’oro… Credo che il problema sia la comprensione reale del ruolo che Dylan dovrebbe avere oggi nella scena fumettistica italiana. Il problema ha a che fare con l’horror, e il suo senso nella post-modernità. Perché sappiamo che è quasi impossibile realizzare un buon horror a fumetti. Lo sappiamo tutti, no? Eppure sappiamo di quali e quante possibilità inesplorate ci siano. La ricetta dell’horror di Dylan Dog, che dovrebbe funzionare ancora oggi, è inserire nelle sue storie la follia dell’orrore quotidiano. Esploderlo in tutte le sue contraddizioni, ora con poesia, ora con ironia, ora con semplice “cattiveria”. Ma ho l’impressione che agli autori (quelli prima della nuova fase e quelli successivi) non abbiano affatto la capacità di sintonizzarsi e, soprattutto, di raccontare di cosa è fatto questo liquido orrore quotidiano di oggi, questa sua costante tensione sottotraccia, questa sua invadenza e viscosità.
La storia di Simeoni è la precisa dimostrazione di ciò. Il terrorismo, le manifestazioni di piazza, la violenza delle masse, … sono temi centrali delle paure che oggi attraversano il mondo occidentale. E come vengono affrontate? Con il solito (e per nulla inquietante) riferimento a una passata morte violenta, una sorta di possessione demoniaca di piazza, e trasformando la serie in una sorta di action comics dove il coinvolgimento emotivo viene azzerato. Qualche spruzzata di riflessione sociale qua e là, e il gioco è fatto. Un gioco, appunto. Quando si dovrebbe fare sul serio. Quando gli autori dovrebbero provare a sporcarsi le mani con quello che fanno, e mettersi davvero in discussione. Partendo dal soggetto. Se senti che il soggetto è troppo scontato, che le soluzioni che pensi sono incoerenti o superficiali, sei sulla cattiva strada. Se al soggetto sacrifichi la coerenza psicologica, e lo sviluppo diventa avvilente per il protagonista, stai sbagliando.
I segni sono questi, e ci sono tutti. E prima ancora che di incapacità degli autori, vorrei che la conclusione di questo cattivissimo articolo facesse riflettere sui tempi, i tempi che corrono. Il seriale ha bisogno di tornare a fare sul serio. Divertendo. Divertendosi. E non a svolgere compitini marketing oriented.
E questo è più o meno tutto. 

giovedì 16 maggio 2013

^Sigh^Life! – La messa in scena




Breve premessa: il fumetto contenuto nel numero 7 de Le Storie della Sergio Bonelli Editore, La Pattuglia, di Accatino e Casertano è fortemente debitore (in alcune parti sembra ricalcare) un film coreano dal titolo  R-Point (puoi vedere un trailer). Ci sono diversi spezzoni in rete. Se volete, cercateli. Che si tratti o meno della versione a fumetti del film (mi diverte questo punto: la (non)versione a fumetti di un film misconosciuto), la questione riporta al centro due riflessioni che mi stanno a cuore. 

Come detto in altro post, a presentazione del numero, il curatore Gianmaria Contro cita una serie piuttosto lunga di riferimenti cinematografici che avrebbero ispirato il fumetto, senza ahimé citare R-Point. Un’omissione di colpa, una dimenticanza ingiustificabile? Una leggerezza? È possibile che neppure Contro ne fosse a conoscenza? Eppure, come dice lo stesso Accatino in un suo intervento in rete, la sua sceneggiatura riporta tutte le fonti di riferimento. Forse, come suggerisco in quel post, la prossima volta sarà meglio citare riferimenti fumettistici piuttosto che cinematografici, per evitare qualunque fraintendimento. Tanto sappiamo che in Bonelli nessuno o quasi cita altri fumetti, perché per lo più gli autori non li leggono. 

Ma la questione che trovo più interessante riguarda l’aspetto creativo. Questa vicenda è l’esemplificazione estrema di un certo tipo di approccio al racconto seriale: nessuna vera idea da raccontare, ma una grande attenzione alla forma. Insomma, il racconto seriale come pro-forma (inteso in senso letterale) dove non conta cosa racconto ma il vestito che gli metto. Da qui, quella sensazione che spesso abbiamo di inutilità delle storie che leggiamo. Quel senso di vuoto deriva dal vuoto di idee degli autori. Un insieme di riproposte di idee e scene che supera ormai ogni qualunque proposito post-moderno. Anche perché, come in questo caso, il citazionismo non è sorretto da una visione creativa originale, forte e personale. Qui davvero forma e contenuto diventano la stessa cosa: un contenuto che manca completamente di originalità e personalità si riflette in una forma che è curata ma semplicemente inutile, inconsistente. Il mestiere diviene lo scheletro che sorregge il nulla. 
Abbiamo bisogno di autori diversi, che abbiano non solo qualche straccio di idea originale, ma che abbiano anche voglia di mettersi personalmente in gioco nella creazione delle loro storie. Che ci offrano il loro punto di vista sul mondo e sulla vita e che abbiano voglia di sporcarsi un po' le mani. Che escano dalle logiche del compitino professionale da portare a casa mese dopo mese. A maggior ragione se si tratta di autori relativamente giovani e in crescita.
È possibile farlo in ambito avventuroso e seriale?
La domanda è talmente sciocca che mi vergogno di averla fatta.
La risposta la lascio a voi.  

lunedì 29 aprile 2013

Le Storie 7, La pattuglia

^Sigh^Score! 1/6

La guerra è una merda.
La guerra è un orrore.
La guerra è perdita di coscienza di sé.
Il Vietnam è diventato il simbolo sublime
di tutte le guerre sbagliate.
Questa storia, no
non serve a comprenderlo.
Questo fumetto non serve a nulla.
Vuoto intrattenimento derivativo
ben confezionato.
Neppure un palpito di emozione.

info: Le storie 7, La pattuglia

domenica 28 ottobre 2012

^Sigh^Life! 09




Il Boia di Parigi è un fumetto reazionario?
E l’autrice ne è consapevole?
È umanamente possibile essere inconsapevolmente reazionari?

Ci sono momenti in cui la mia mente va in cortocircuito. E condivido.
Noto un fondo di godereccio senso di rivalsa nei lettori e critici che hanno messo in luce questo presunto messaggio reazionario. E li capisco. Il punto altro, il non detto, l’implicito di questo atteggiamento sembra essere: negli anni la Sergio Bonelli Editore è cambiata, diventando il conservatorismo dell’editoria a fumetti. Dalla griglia rigida, all’avventura per forza, al realismo dei disegni… il potenziale del fumetto imbavagliato, immobilizzato. Quando a questo atteggiamento editoriale si sposa l’inconsapevole caduta politica di una delle nuove autrici di punta dell’editore, il gioco è talmente facile da sembrare una resa incondizionata. La deriva ha raggiunto il suo apice.
E mi viene il dubbio, serio, che a questo intricato livello di lettura sia dovuta l’energia, l’irruenza degli interventi contro la storia in questione.

Ho un punto di vista divergente. Che ha meno a che fare con la casa editrice e con la politica, e più con l’uomo e la sua condizione odierna.
Il Boia di Parigi è una storia che si colloca al di là di precise e precodificate categorie politiche. Ma rappresenta nella sua compattezza la dimensione esistenziale nella quale viviamo imprigionati quotidianamente: ripiegamento all’individualismo, senza più alcuna prospettiva storica, in un eterno presente fatto di distrazioni, di non sentire, di non ascoltare. In questa sospensione, avviene la perdita di senso di quello che si fa, delle relazioni, delle proprie emozioni, fino ad arrivare al nichilismo più acceso. Un percorso che è assai simile a quello psicotico della depressione, dove i fantasmi sono più consistenti del reale, dove il mondo si sottrae alla conoscenza che arriva attraverso l’esperienza. Perché l’esperienza non è altro che la conferma della parabola depressiva in atto. Isolamento. Anomia.
Di questa condizione, Il Boia di Parigi rappresenta la sua variante da intrattenimento “popolare”, onnivoro. E non è un caso che tale perfetta esemplificazione avvenga all’esordio di una serie (Le Storie) nella quale non esistono specifici vincoli tematici, da un punto di vista editoriale. Laddove, cioè, si allenta la presa iconica/iconografica imposta dai personaggi seriali, emerge un carattere specifico, sensibile, personale, rappresentativo.

La categoria nominata “reazionario” perde a mio avviso di ogni significato storico, di ogni dimensione. E l’incosapevolezza ne rappresenta la precondizione necessaria, vincolante.
Alcuni errori di sceneggiatura a parte, la storia in questione è ben fatta, ben disegnata, ben confezionata, secondo i criteri estetici previsti dalla casa editrice. È quindi una storia epocale, necessaria, che tanto, troppo (?) ci dice della nostra condizione sociale e comunitaria.
Quel che molti vedono come un difetto, per me è un dono prezioso. Deprimente, certo, ma rivelatore.
Quando il reale, l’esperienza vitale e dinamica tornerà a trovare il giusto spazio nella nostra quotidianità, al di là del peso schiacciante della crisi economico/finanziaria (che altro non è che una forma imposta di depressione), sarà possibile tornare a leggere storie “popolari” diverse.

Da qui, credo sia chiaro che la faccenda è intrinsecamente politica. Ma siamo di fronte a una nuova sfida: trovare nuove categorie di analisi e di pensiero per questo presente politico involuto.

E l’intrattenimento? L’uso del tempo, lo spendere il tempo in modo “indolore”, nella sospensione del sentire, del pensare, del reale, non è parte in causa di questo stato di cose? 

lunedì 15 ottobre 2012

Le storie 1, Il boia di Parigi

^Sigh^Score! 5/6
 
Un atto di dedizione
per una precisa forma editoriale.
Svincolata, smagnetizzata.
Un equilibrio cercato e reso
alla cultura minore del pensiero maggiore.
Un prodotto, certo!
Un prodotto avvincente e riuscito.
Un intelligente iperbole sul potere
politico,
editoriale.