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giovedì 30 marzo 2017
^Sigh^Life - Bricola 2017
Un piccolo festival per autori indipendenti nel cuore di Milano, al Wow Spazio Fumetto, sabato 1 aprile 2017.
Puoi leggere tutte le informazioni qui.
Dalle ore 15, condurrò un incontro su editoria, nuovi autori e fumetto indipendente:
Stand by me: editori e autoproduttori
L’editoria a fumetti ha spesso trovato nuova linfa e talenti all’interno del mondo delle autoproduzioni. Ma cosa cerca davvero un editore in un fumettista autoprodotto? Come si fa a passare dal “Do It Yourself” alla libreria? Quali i lati positivi e quali i negativi?
Intervengono Caterina Marietti (fondatrice di Bao Publishing), Martoz (autore per MalEdizioni, Canicola Edizioni e tra i realizzatori della rivista autoprodotta Crisma) e Lucio Staiano (fondatore della casa editrice Shockdom).
Sei hai voglia di partecipare e vedere cosa si muove...
domenica 1 novembre 2015
^Sigh^Life! - Una foto di gruppo
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lunedì 22 dicembre 2014
^Sigh^Life! - The, biscotti e le Ragazzine
Un mio articolo su Dylan Dog ha fatto succedere alcune cose.
Qualcuno si è scocciato, ritenendo ridicola la mia analisi.
Qualcuno si è congratulato, ritenendo chiara e decisa la mia analisi.
Qualcuno si è sorpreso, ritenendo inutile la mia analisi.
Qualcuno non ha fatto nulla.
A me Dylan Dog è piaciuto, come a molti. Ma mi è piaciuto a posteriori. Non lo leggevo negli anni della sua uscita originale. Ho recuperato i primi cinquanta numeri circa qualche anno dopo. E non ho mai provato quella sensazione di sorpresa mista esaltazione tipica di altri miei coetanei del tempo. Avevo un interesse acceso ma moderato.
Poi mi è scivolato tra le dita e nella mente.
Credo sia importante sottolineare però che quando Gualdoni ha preso in mano la responsabilità editoriale della testata, le cose sono precipitate terribilmente. Non discuto né ragiono sulla motivazione di tale scelta da parte della Bonelli, o sul modus operandi di Gualdoni, perché lascio che ognuno si prenda le giuste responsabilità. Ma è necessario dire e ridire che quanto è stato fatto a livello di progettazione editoriale delle storie, di idee narrative sul personaggio, si è rivelato goffo, negativo, avvilente per i lettori. Credo anche per gli autori che ci hanno lavorato. Oggi quando si parla di quel (lungo) periodo, vedo molte persone fare un sorrisino ironico e un'alzata di spalle. Questo è un errore. Dylan Dog resta, volente e nolente, un patrimonio dell'intrattenimento a fumetti italiano. E la gestione Gualdoni va detta e raccontata per il disastro che è stata.
La gestione Recchioni è all'inizio. Sicuramente è presto per averne un punto di vista coerente e ampio, ma ho sentito il bisogno, sì il bisogno di esprimere un giudizio netto e forte sulle prime storie, perché le ho trovate deludenti sotto tutti i punti di vista.
Sono convinto che si possa fare molto meglio, mantenendo coerenza con il personaggio e avendo ben chiaro il "mandato" editoriale della testata. Seriale non vuol dire gioco al ribasso. Non necessariamente. E questo anche per rispondere a chi sostiene che di Dylan Dog non valga neppure la pena parlare.
Mi piace il seriale. Mi è sempre piaciuto. So che certe cose non sono più di mio interesse, e ho la coerenza di abbandonarne la lettura (ultimo in ordine di tempo, Lukas). Ma mi interessano quelle storie, il rapporto che esse rinnovano tra intrattenimento e cultura, tra mestiere ed espressività. E se qualcuno cerca di restituire senso a una testata storica come Dylan Dog, per i primi mesi avrà tutta la mia attenzione. Non è neppure un problema di cassa di risonanza, di opportunismo o di "popolarità".
Ho molta cura, tra l'altro, di pormi alcune domande mettendomi dal punto di vista del lettore "seriale" (che non è un killer) o "inconsapevole". Quel punto di vista credo di saperlo cogliere e comprendere. E non possiamo fare l'errore di analizzare il riscontro del nuovo progetto editoriale partendo solo dal presupposto delle vendite, che contano, e molto, ma in un'analisi critica sono uno degli elementi da considerare, non certo l'unico.
Quindi, ho posto una questione in merito all'attualità dell'horror nel seriale italiano. Il terrore del quotidiano che viviamo è fatto di talmente tante cose, dense e sottili, che credo sarebbe più che possibile elaborarlo per ottime storie dylaniane. Ma richiede una sensibilità che ancora non vedo. Quella stessa che invece incontro quando leggo le storie più crude e violente di Julia, come nell'ottima Myrna: Bloody Pulp (un titolo che è anche una dichiarazione di intenti). Il paragone può sembrare inopportuno. Ma se di horror dobbiamo parlare per Dylan Dog, siamo senz'altro più vicini a quanto stanno facendo in alcune storie Berardi, Mantero e Calza, che all'approccio storico e gotico del Dampyr di Boselli.
Ogni serie, però, dovrebbe avere la sua identità. Dylan Dog l'ha totalmente persa, negli anni, a causa di alcune precise derive narrative e alle scelte editoriali senza criterio di alcuni editor.
Non commetterei mai l'errore di valutare la riuscita di una testata di Dylan Dog confrontandola con l'orrore emotivo di un lavoro di Ratigher. Le Ragazzine le leggo ancora insieme a dei buoni biscotti e a una tazza di the, in attesa che il nuovo mensile Bonelli mi offra qualche sensato disturbo emotivo. Se ciò non avverrà nei prossimi mesi, farò scelte coerenti con le mie emozioni e riflessioni.
giovedì 13 febbraio 2014
^Sigh^Life! - Strilli consumeristici e Piccolo Atlante Storico Geografico dei Centri Sociali Italiani
Nell'assolata desolazione del mattino, dopo la pioggia, al
tavolo della cucina, guardo da vicino la confezione del latte di soia appena
tirato fuori dal frigo.
Al centro, una serie di scritte esclamative definiscono in modo chiaro, senza alcuna ambiguità, i destinatari del prodotto:
Al centro, una serie di scritte esclamative definiscono in modo chiaro, senza alcuna ambiguità, i destinatari del prodotto:
- 100 % vegetale (benvenuti vegani)
- senza glutine (benvenuti celiaci)
- senza colesterolo (benvenuti cardiopatici)
- senza lattosio (benvenuti intolleranti)
- senza glutine (benvenuti celiaci)
- senza colesterolo (benvenuti cardiopatici)
- senza lattosio (benvenuti intolleranti)
Vegani, celiaci, cardiopatici, intolleranti ai latticini, …
e naturisti di tutte le razze siete i benvenuti.
Le informazioni sono chiare, il “mandato consumeristico” si sposa con gli obiettivi di marketing. Ed è fatta.
Cosa succederebbe se gli editori mettessero lo stesso tipo di informazioni sui propri fumetti?
Facciamo qualche prova?
Le informazioni sono chiare, il “mandato consumeristico” si sposa con gli obiettivi di marketing. Ed è fatta.
Cosa succederebbe se gli editori mettessero lo stesso tipo di informazioni sui propri fumetti?
Facciamo qualche prova?
Intanto, per me, naturista dell’espressione creativa,
inizierei con qualcosa tipo:
- 100% creativo
- non didascalico
- senza dialoghi inutili
- senza disegni fotocopiati
Oddio, la lista sarebbe lunga e mi ha già annoiato.
Ma proviamo ad andare nello specifico.
Ricevo in questi giorni il nuovo libricino di Claudio Calia dal titolo Piccolo Atlante Storico Geografico dei Centri Sociali Italiani (Becco Giallo). La presentazione recita:
- 100% creativo
- non didascalico
- senza dialoghi inutili
- senza disegni fotocopiati
Oddio, la lista sarebbe lunga e mi ha già annoiato.
Ma proviamo ad andare nello specifico.
Ricevo in questi giorni il nuovo libricino di Claudio Calia dal titolo Piccolo Atlante Storico Geografico dei Centri Sociali Italiani (Becco Giallo). La presentazione recita:
Quanti sono? Dove si trovano? Cosa fanno i centri sociali italiani? Oggetto di curiosità giovanile e insieme fonte di studio e polemiche, la galassia dei centri sociali italiani è un fenomeno complesso e in costante divenire, spesso al centro della cronaca nazionale e locale. Questa guida a fumetti offre i cenni storici fondamentali e le coordinate territoriali principali per potersi orientare tra le diverse realtà autogestite, con interviste a militanti e portavoce. Padova, Venezia, Treviso, Roma, Napoli, Jesi, Milano, Bologna e Rimini, per un viaggio in compagnia di un militante diventato papà e con una galleria di immagini curata da Sherwood Foto per conoscere più da vicino una fra le realtà più dinamiche e discusse della società alternativa italiana.
Quali avvertenze consumeristiche potremmo mettere sulla confezione?
- 100% documentato
- 100% ideologico
- senza violenza
- senza risposte certe
- 100% ideologico
- senza violenza
- senza risposte certe
Ecc. ecc. Potresti provare anche tu, con il fumetto che
tieni in mano in questo momento.
Poi prendi la tua lista, qualunque sia, e la metti in un cestino della tua mente. Così possiamo riflettere insieme su come la miriade di messaggi che ci circondano cercano di condizionare le nostre scelte e la nostra libera circolazione di idee.
Il rapporto tra prodotto e cultura è il paradosso più longevo che ci sia, almeno quanto quello tra uomo e divinità. E forse trattano la stessa materia, in fondo.
Quando ho ricevuto il libro di Calia, che per ora ho letto solo in parte, gli ho scritto per mail: il tuo libro risponde alla domanda “che senso hanno oggi i centri sociali?”
Claudio mi ha risposto: spero, almeno parzialmente, che sia così.
Leggilo anche tu, e ne riparliamo insieme.
Poi prendi la tua lista, qualunque sia, e la metti in un cestino della tua mente. Così possiamo riflettere insieme su come la miriade di messaggi che ci circondano cercano di condizionare le nostre scelte e la nostra libera circolazione di idee.
Il rapporto tra prodotto e cultura è il paradosso più longevo che ci sia, almeno quanto quello tra uomo e divinità. E forse trattano la stessa materia, in fondo.
Quando ho ricevuto il libro di Calia, che per ora ho letto solo in parte, gli ho scritto per mail: il tuo libro risponde alla domanda “che senso hanno oggi i centri sociali?”
Claudio mi ha risposto: spero, almeno parzialmente, che sia così.
Leggilo anche tu, e ne riparliamo insieme.
mercoledì 8 gennaio 2014
^Sigh^Life! - in fuga, ovvero Saguaro
Sono in fuga dai blog.
Sono in fuga dalle letture necessarie.
Sono in fuga dalla scrittura bulimica.
Il tempo di respirare e giù in picchiata verso un nuovo territorio.
Avventuroso?
Sono accadute delle cose, in Italia, e il fumetto seriale sta cambiando.
Alcune cose sono molto visibili, altre meno.
Tra le ultime, credo sia utile parlare di Saguaro, la serie Bonelli di Bruno Enna.
Nel periodo natalizio, si può dire che abbia letto solo Saguaro, recuperando più di un semestre di arretrati. E l'ho fatto con crescente soddisfazione. Notando, numero dopo numero, le interessanti novità che l'autore ha inserito in un seriale Bonelli.
Ricordiamolo! Saguaro è una serie. Si parla da tempo di una sua possibile chiusura per basse vendite, cosa che non mi stupirebbe (il perché lo capirai leggendo fino in fondo). Ma intanto, con questa ombra sulle spalle, il lavoro di Enna rischia di passare ancora più in sordina e di essere snobbato. Tu la seguiresti una serie che sai già che presto chiuderà?!
Ma quel "presto", cosa vuol dire?
Sicuramente Saguaro supererà le 30 uscite. In più di due anni e mezzo di pubblicazione, è possibile costruire una signora storia. Enna ci sta riuscendo? In buona parte si.
Ma il merito di questo articolo non è tanto, o solo, la qualità delle storie di Saguaro, quanto le originali modalità con le quali l'autore sta sviluppando la serie. Ne faccio di seguito un elenco sintetico.
1. Lo sviluppo della storia senza soluzioni di continuità. Un intreccio che si sviluppa di numero in numero, in un buon equilibrio tra leggibilità autonoma della singola storia e continuity. Nel tentativo di Enna, ci vedo più di un passo in avanti rispetto a quanto fatto in altre serie (e qui, il gioco è facile) ma anche rispetto alle miniserie Bonelli, dove l'impostazione editoriale favoriva questo "taglio", ma dove gli autori hanno mostrato qualche incertezza di troppo;
2. Il costante cambio di scenario in cui si muove Saguaro e, di conseguenza, il genere di riferimento. Il protagonista "è stato" un pellerossa, un detenuto, un fuggiasco, un poliziotto, un vendicatore, ... Enna ha modulato abilmente lo stile narrativo, mantenendo sempre credibili i contesti e dedicando cura e verve nel dipingere i diversi personaggi che hanno preso la scena.
3. La presenza di un "arci-nemico" decisamente fuori schema rispetto ai canoni bonelliani, che ha assunto nel tempo forme e pesi narrativi diversi, sempre interessanti.
4. Lo sviluppo di una narrazione veloce, con un utilizzo moderno e consapevole delle parole a sostegno dei disegni, senza per questo perdere in profondità quando necessario. La sensibilità per il giusto ritmo è uno dei punti forti di Saguaro.
5. La cura per le tematiche sociali, trattate per la prima volta in Bonelli in modo così efficace e "neutrale". Enna è bravo nel presentare le problematiche, nel renderle tessuto della narrazione, senza per questo prendere posizione. La problematica relativa ai nativi americani, per esempio, colora tutta la serie, ma non è mai monodimensionale, in un verso o nell'altro. Ci vedo un approccio molto europeo, una sensibilità che si discosta decisamente da altri tentativi in Bonelli. All'interno dei prodotti dell'editore milanese, credo che la serie che più ha affinità con questo approccio, per quanto con sviluppi del tutto diversi, sia Julia di Berardi, Mantero e Calza.
6. Lo sviluppo psicologico e narrativo del protagonista, che diventa numero dopo numero sempre più enigmatico e sfaccettato. Tanto che non è facile, in effetti, prevederne i comportamenti nel futuro. Questo, senza che la narrazione perda un briciolo del suo realismo.
Purtroppo, Saguaro subisce una serie di difficoltà direttamente imputabili all'editore.
In primis, il parco disegnatori assegnato alla testata ha diversi lati deboli che fatica a coprire per colpa della stringente necessità di rispettare i tempi di realizzazione. Quando le storie si sviluppano con una continuity inesorabile come qui, i tempi devono essere sempre e in ogni caso rispettati. Discutevo tempo fa di questa complessità con Berardi a proposito di Julia. Produrre un centinaio di tavole al mese senza intoppi richiede certo professionalità da parte dei disegnatori, ma anche una notevole velocità per far fronte a possibili intoppi organizzativi. Il campione, in termini di rapporto qualità/velocità/professionalità in Saguaro è senza dubbio Luigi Siniscalchi, che conferma la sua bravura numero dopo numero. Non altrettanto si può dire di altri autori, che pagano o l'inesperienza, o l'eccessiva pressione.
La narrazione ne risente, ma soprattutto ha allontanato una parte di abituali lettori Bonelli poco avvezzi ad approcci grafici fuori da certi canoni.
In secondo luogo, Saguaro è penalizzata dalla mancanza di un costante sostegno promozionale da parte dell'editore. Vero, quando in novembre è girata con insistenza la notizia della prossima chiusura di Saguaro, Marcheselli si è subito attivato per smentire e rinnovare la fiducia dell'editore. Eppure, eppure permane l'abitudine secondo la quale una volta lanciata, una serie deve camminare con le sue gambe. Ma proprio per le difficoltà nell'allargare il bacino di lettori, e soprattutto per il coraggio di Enna nel portare avanti un certo tipo di approccio narrativo, la serie avrebbe richiesto un costante, e rinnovato impegno da parte dell'editore.
Al momento, alla luce anche degli ultimi esempi recenti (Orfani e Dragonero), mi sembra che buona parte della forza promozionale della serie dipenda (troppo) dall'iniziativa individuale degli autori. Ed è, questo, un tema centrale per lo sviluppo futuro della casa editrice.
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giovedì 14 novembre 2013
^Sigh^Life! - L'anti graphic novel di Massimo Giacon
Il graphic novel è il gemello maschile della graphic novel.
Differiscono per genere e per etichetta. C’è una sorta di gerarchia temporale
per cui la seconda è antecedente al primo e, per questo, dal primo è superato.
Se hai difficoltà a capirci qualcosa, puoi semplicemente decidere di usare il suono che preferisci. Io sono affezionato alla graphic novel, perché sono un gentiluomo. Ma lascia che sia la musica a guidarti.
Se hai difficoltà a capirci qualcosa, puoi semplicemente decidere di usare il suono che preferisci. Io sono affezionato alla graphic novel, perché sono un gentiluomo. Ma lascia che sia la musica a guidarti.
Ricordo che, anni fa, una delle interviste più divertenti
che ho fatto è stata quella a Massimo Giacon (qui).
Insieme al mio amico Alberto Casiraghi mi recai nello studio
milanese di Giacon, in zona Leoncavallo/Loreto, e chiacchierammo intorno
al fumetto e tutto il resto. Eclettico, Giacon. Fuori schema. Artista. Idee
chiare ma evanescenti, o forti e seduttive. L’artistite come una malattia, o un’identificazione potente, o un
rituale di vita. Ho sempre amato il suo gusto visivo.
Amo gli artisti, in generale, con il distacco partecipe che sempre mi accompagna quando sento un certo tipo di energia, di convinzione. Inutile aggiungere, ma lo aggiungo, che non è possibile valutare un uomo dall'incontro di un’intervista. Non i suoi dubbi reali, le sue ambizioni, le sue amputazioni, i suoi successi. E che il luogo dell’intervista è proprio il più adatto per dare spazio alla propria artistite.
Nel suo approccio controcorrente, corrosivo, Giacon ha più
volte espresso perplessità per la (non)forma delle graphic novel. L’ha anzi
messa in discussione con i suoi stessi lavori. Che da quella (non)forma
sembrano sempre volersi distaccare con forza. Mi tornano in mente questi
pensieri perché trovo su twitter il link alla sua strepitosa, sintetica e
pungente critica in forma di fumetto (il fumetto è il mezzo principe della
meta-comunicazione) alla graphic novel. Eccola qui.
E non è un caso che il libro a cui sta lavorando per Rizzoli
Lizard venga definito proprio su twitter come inclassificabile. Le etichette contano. Per un iconoclasta come Giacon, inclassificabile
è il top. Anche questo è marketing.
Eppure, eppure provo un certo fastidio alla critica forzata alla (non)forma
delle graphic novel.
Per almeno tre ragioni che sintetizzo così:
Per almeno tre ragioni che sintetizzo così:
- Non esiste qualcosa come LA graphic novel. Tale concetto
mi sembra la reificazione di un pregiudizio. Anche considerandola all'interno
di un movimento artistico, come teorizzò alcuni anni fa Eddie Campbell, trovo
pressoché impossibile radicalizzare il concetto fino a un format specifico, o
ridurre quelle che comunemente sono considerati degli ottimi esempi di graphic
novel a uno schema predefinito (un elenco sarebbe utile, per allargare la discussione, ma non ho il
tempo per farlo ora).
- Storicamente, il concetto di graphic novel, soprattutto
negli USA dove è nato, ha fatto più bene che male all'evoluzione culturale e
artistica del fumetto. Ha aperto nuovi orizzonti e possibilità, sia artistiche
che editoriali che economiche.
- Anche la pura adesione a un canone come quello che Giacon
prende in giro nella sua tavola non esclude la possibilità di realizzare un capolavoro.
Tutto dipende dalla capacità dell’autore di raccontare. Tanto quanto aderire ad
altri canoni (quello avventuroso, per esempio) non impedisce ad altri autori di
realizzare ottimi fumetti. E non può diventare, forse, anche l’anti (non)forma
verso cui Giacon sembra volersi muovere essa stessa una gabbia? L’inclassificabile
stesso, in forma fumetto, potrebbe essere schematizzato in una tavola, individuando
alcuni punti cardini della sua impalcatura. Ma anche questo è un pregiudizio.
In conclusione, potrebbe essere più utile tornare al buon
senso di giudicare un’opera al di là della presunta etichetta che le viene
data. Tornare alla forza espressiva e comunicativa del lavoro, all'indagine
delle motivazioni dell’autore e all'ascolto delle emozioni e dei pensieri che
esso muove dentro ai lettori.
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mercoledì 31 luglio 2013
^Sigh^Life! - Topolino cambia casa
Mi piacciono le contraddizioni.
O semplicemente osservare come la realtà si intreccia in modi speculari.
Negli Stati Uniti Disney compra Marvel.
In Italia Panini Comics (che pubblica tra le molte altre cose, tutti i prodotti Marvel) acquisisce i diritti Disney per la produzione delle storie.
Difficile dire chi sia più lungimirante, e come la medesima azienda (Disney) abbia valutato l'ultima decisione italiana.
Certo, in Italia, si rompe un assetto produttivo ed editoriale consolidato da molti anni. E Panini diviene ancora di più forte e centrale nell'editoria fumettistica nostrana.
Sarà in grado di produrre storie all'altezza della tradizione? E soprattutto, che è la stessa domanda, saprà innovare e rinnovare le testate? Per prima, l'ammiraglia Topolino, che perde lettori in un'emorragia apparentemente non arginabile?
Quello che so, è che Topolino mi annoia ormai da molto tempo.
Ne sono un lettore saltuario e distratto (Tito Faraci mi ha sgridato per essermi perso il celebrativo e clamoroso numero 3000), ma ogni volta che ci torno, rimango deluso e annoiato. Generalizzo, certo, perché la mia visione è parziale. Eppure qualcosa non mi torna. Ogni volta mi sorgono le stesse domande:
A chi si rivolgono le storie di Topolino (a quale target di lettori).
Che idea di narrazione per "l'infanzia" riposa (!) dietro alla produzione di queste storie.
Che idea di infanzia c'è nella testa di chi produce e realizza le storie di Topolino.
Prevale l'interesse di produrre qualcosa di nuovo, oppure Topolino è intrappolato in una sorta di rituale nostalgico.
Qual è, oggi, la forza iconica di questi personaggi, per l'immaginario dei potenziali lettori.
...
Domande ce ne sono tante. E credo che per ognuna, le redazioni (Panini e quel che rimarrà della Disney) dovranno ritornarci su con impegno.
Se poi, qualcuno dei lettori di questo blog ha voglia di passarmi Topolino 3000 per leggerlo, ecco, lo ringrazierò infinitamente. Potrebbe anche essere occasione per incontrarsi.
giovedì 25 luglio 2013
^Sigh^Life! - SuperGods
Molta enfasi, ma ben inserita nella sua cornice. In fondo, il percorso di questo libro serve anche a dare valore al lavoro dello stesso Morrison. E sono curioso di leggere di come parlerà del suo stesso lavoro e di quegli anni lì, gli anni '80, in cui lui e l'ondata britannica ha invaso il fumetto popolare statunitense.
Intanto le sue pagine mi riportano alla mente lo straordinario viaggio di Warlock nella visione psichedelica di Jim Starlin. Devo riprenderlo in mano, dove l'avrò messo?
^Sigh^Life! - Carta e stampa non possono...
A proposito di Long Wei 2, carta e stampa non possono ridurre un fumetto in questo modo.
C'è una totale mancanza di rispetto per
i lettori
gli autori
il mestiere di editore
la professionalità
...
Un invito: distribuire il fumetto in formato elettronico. Subito!
Grazie.
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mercoledì 10 luglio 2013
^Sigh^Life! - Dylan Dog, (contro)copertina
Da settembre, per Dylan Dog iniziano a cambiare le cose.
Dalle notizie a disposizione, sappiamo che ci sarà un graduale sviluppo di un approccio nuovo al personaggio, che ha inizio con una parziale revisione delle storie già pensate e realizzate in questi mesi.
In una storia di quasi cento pagine, a pochi, pochissimi mesi dalla stampa, come quella si settembre di Carlo Ambrosini, non è certo possibile apportare sostanziali modifiche (ammesso che ne avesse bisogno).
Giusta quindi la scelta di puntare sulla copertina, che ha tempi di lavorazione molto più brevi e che risponde in modo per certi versi anche più impattanti sul piano della comunicazione.
Le brevi considerazioni di Roberto Recchioni sulla scelta di questa cover, a firma come sempre di Angelo Stano, dimostrano due fatti:
- Che è in atto, per Dylan Dog, una serie di ragionamenti più concreti e, al contempo, più maturi, volti a valorizzare il patrimonio editoriale, economico e... culturale che Dylan Dog rappresenta.
- Che la consapevolezza editoriale in merito alla lavorazione delle copertine in casa Bonelli è, nella maggior parte dei casi, bassa, se non bassissima. Ed è un enorme limite, se pensiamo al potenziale comunicativo (a molti livelli) che le copertine hanno.
Andare avanti.
mercoledì 19 giugno 2013
^Sigh^Life! - Dragonero
Quando ho avuto la conferma che Dragonero sarebbe diventata una serie a fumetti per Bonelli, non ero certo felice. Di tutti i cosiddetti romanzi a fumetti usciti per l'editore, Dragonero è stato l'unico che non ho mai terminato di leggere. Il sonno mi prese più volte, al punto da abbandonarlo su una mensola fino alla sua tumulazione nello scatolone numero chi lo sa. I motivi? La riproposta dei cliché della narrazione fantasy in una veste piatta, didascalica e priva di una mezza idea originale che potesse giustificare questa nuova storia. Una nomenclatura, più che una storia. Un bigino, più che un viaggio.
Ma la narrazione fantasy classica nel seriale Bonelli è una mancanza importante, se pensiamo che l'editore ha da tempo maturato l'ambizione di coprire il più possibile i diversi territori della narrazione avventurosa. Purtroppo spesso dimentica che non l'horror in sé che ha reso celebre Dylan Dog, ma lo sguardo nevrotico e personale del suo ideatore Sclavi. L'esempio che cito è il più clamoroso, ma può valere per ognuno dei personaggi Bonelli di successo, collocato nel proprio tempo, dal primo Tex alla più recente Julia passando per Mister No.
Il primo numero di Dragonero è uscito da poco nelle edicole e ho letto solo le prime venti pagine, finora. E rifletto nuovamente sulla funzione critica che mi sono ritagliato negli ultimi anni. E sul senso di continuare a seguire tappe e riti di questo stanco ed esangue panorama editoriale seriale che trovo sempre più autoreferenziale e autocelebrativo e ripiegato e vittimistico.
Credo che la crisi economica e del mercato, le difficoltà della distribuzione con la connessa chiusura di molte edicole, e la faccia di un mondo dell'intrattenimento così sfigurata obblighi gli autori ad alzare la posta in gioco.
La cosa mi colpisce doppiamente se penso che ritengo i due sceneggiatori alla guida di Dragonero degli ottimi professionisti che hanno dimostrato, nella loro ormai lunga carriera, per modalità completamente differenti, di avere realmente qualcosa da raccontare. Il Vietti di un certo periodo di Nathan Never è stato una delle poche ragioni per cui seguivo la serie. Lilith di Luca Enoch, malgrado le numerose restrizioni cui si è sottoposto per essere all'interno delle regole della casa editrice, rimane una lettura coinvolgente.
Insomma, non mi sfugge il target del progetto, ma mi sfugge il punto, come credo sfugga agli autori. Se il target diventasse l'autore e viceversa?
Dylan Dog, nei suoi anni d'oro, ha generato il suo target, reinventandolo da zero pescando nella sensibilità reale viva e pulsante del suo tempo. E lo stesso fu per Mister No.
Possibile che l'indifferenza dei lettori, impermeabili all'idea che un banale fumetto li possa coinvolgere (se non sconvolgere), renda impossibile, oggi, creare nuovi target?
Sopravvivenza e conservazione sono le uniche parole magiche di oggi?
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^Sigh^Quote! 38
understatement:
Le difficilissime condizioni del mercato e della distribuzione non hanno permesso a questo prodotto innovativo e di grande qualità di ricevere il successo che meritava. Siamo però certi che sia stato un esperimento importante di cui resterà segno nella storia a fumetti di questo paese.
Dal comunicato ufficiale Star Comics che annuncia la chiusura della serie.
Lo sai, il problema difficile del mercato e della distribuzione è reale e asfissiante. Ma da autore ed editore mi interrogherei anche sui molti limiti di Davvero come seriale a fumetti.
Le difficilissime condizioni del mercato e della distribuzione non hanno permesso a questo prodotto innovativo e di grande qualità di ricevere il successo che meritava. Siamo però certi che sia stato un esperimento importante di cui resterà segno nella storia a fumetti di questo paese.
Dal comunicato ufficiale Star Comics che annuncia la chiusura della serie.
Lo sai, il problema difficile del mercato e della distribuzione è reale e asfissiante. Ma da autore ed editore mi interrogherei anche sui molti limiti di Davvero come seriale a fumetti.
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giovedì 6 giugno 2013
^Sigh^Quote! 37
Le edicole oggi arrivano a restituire anticipatamente al distributore – cioè senza manco esporre l'albo – anche il 30% di quello che ricevono. E questo vale anche per il fumetto che, fino a poco tempo fa, non subiva la resa immediata.
Ma da cosa nasce questa pratica della resa immediata?
Semplice: dal sistema distributivo che obbliga l'edicolante a pagare tutto quello che riceve, salvo poi ridargli indietro i soldi una volta che avrà reso l'invenduto. [...]
Semplice: dal sistema distributivo che obbliga l'edicolante a pagare tutto quello che riceve, salvo poi ridargli indietro i soldi una volta che avrà reso l'invenduto. [...]
Va da sè che i più penalizzati in questo gioco al massacro che è la distribuzione in edicola sono quelli che entrano nell'arena per ultimi (i nuovo editori), con pochi prodotti (i piccoli editori) e, ancora peggio, con serie nuove che, in teoria, sono quelle che dovrebbero portare nuova linfa vitale all'editoria ma che, dall'edicolante standard (che fisicamente non può conoscere tutto quello che esce ogni giorno), sono visti con una percentuale di rischio maggiore rispetto alle probabilità di vendita che potrebbero generare.
Andrea G. Ciccarelli. Il testo completo qui.
venerdì 31 maggio 2013
^Sigh^Life! - Dylan Dog - Rompere le abitudini?
Quando una nuova serie ha inizio, tutto è possibile.
Anche il successo?
Quando il successo per le sue qualità* diventa indipendente dalla sua qualità?
Quando l'acquisto diventa un'abitudine?
Quando l'abitudine viene sostituita da altre nuove abitudini più stimolanti?
Quando la qualità ritorna ad essere fondamentale per mantenere un'abitudine?
...
*se non ti piace, sostituisci a "qualità" la parola che vuoi...
mercoledì 22 maggio 2013
^Sigh^Life! - Nuova gestione di Dylan Dog, corro in edicola!
Appena saputo della notizia, sono corso in edicola a comprare il nuovo numero.
L'ho letto e... ma insomma, è sempre la solita roba! Non è possibile che Dylan continui a parlare in quel modo e muoversi in quel modo, con il solito cast di comprimari. Roberto Recchioni ci sta prendendo in giro?!
(su su, alleggeriamo un po' la tensione di questa faccenda?!)
lunedì 20 maggio 2013
^Sigh^Life! - Recchioni cura Dylan?
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mercoledì 20 marzo 2013
^Sigh^Life! - Digitalizzazione e alimentazione
La digitalizzazione editoriale prosegue a grandi passi.
Progressivamente, sempre più libri (di narrativa, a fumetti, …) avranno formato
digitale e saranno facilmente scaricabili da internet, a pagamento e, sempre
più, con modalità meno lecite.
A differenza della musica, la modalità digitale richiede ai
lettori di far proprie diverse abitudini esperienziali nuove. È ovvio, la musica, in
qualunque formato sia, la si ascolta più o meno sempre nello stesso modo. La
lettura è un’esperienza diversa. Il grande successo dei tablet, oltre a un
ovvio implicito legato alla moda del momento, sta di fatto modificando queste
abitudini.
La diffusione di musica digitale pirata, oltre a mettere in
forte crisi il mercato delle case discografiche che, a mio avviso, hanno
guadagnato fin troppo nei precedenti decenni sulle loro produzioni,
drogando all'inverosimile il mercato, sta imponendo ai musicisti un cambiamento
di prospettiva importantissimo. I soldi per la loro creatività non deriva più
dai diritti delle copie di dischi vendute, ma dalla musica dal vivo e da altre forme collaterali di guadagno. Se ci
pensi, un cambiamento di prospettiva radicale che può davvero favorire un
ritorno a un’esperienza sonora totale, diretta e concreta. Che ha in sé anche
un’altra sfida: incidere sulle abitudini culturali del pubblico, in particolare
di quello giovane, che vive spesso la musica come un prodotto astratto usa e
getta, per lo più legato a un valore commerciale e promozionale (la musica come
un elemento di merchandising per promuovere stile, idee commerciali, altri prodotti
consumo). Insomma, in ambito musicale, dove la rivoluzione digitale è già
matura, la sfida è aperta e, per molti versi, già chiara.
Ma se torniamo nell'ambito dell’editoria, il fantasma della
diffusione pirata delle opere ha implicazioni ben diverse. Un autore che non
guadagna più dalla pubblicazione dei suoi lavori, da cosa potrà trarre il
proprio congruo guadagno per la propria opera? Attraverso innovative
performance letterarie? O cosa? Il dubbio mi rimbalza da tempo nella testa. E
spiega anche in buona parte la reticenza di molti editori e autori ad aprirsi
al mercato digitale. Perché se è vero che la digitalizzazione di prodotti
pubblicati su supporto cartaceo è già avviata e tutto sommato relativamente
semplice, il fatto di mettere a disposizione del mercato un prodotto già
digitalizzato velocizza in modo esponenziale tutto il processo.
Esiste un’altra faccia della medaglia. La diffusione
digitale di prodotti pirati e quindi gratuiti può favorire la scoperta di
moltissime opere di autori poco noti o sconosciuti, proprio in ragione del
“rischio” pressoché nullo che vi è legato. Nella musica è già successo. Sta già
succedendo. La diffusione gratuita, inoltre, può avere una notevole ricaduta
culturale: se manteniamo il sillogismo (certamente da verificare) che gratuità
vuol dire maggiore diffusione, è possibile che gli autori nel tempo possano
acquisire una visibilità e un peso culturale molto maggiore di oggi (Harry ne aveva in qualche modo accennato qui con una provocazione). Ma in questo ambito, ci
ritroviamo di fronte a un grande ostacolo. La diffusione esponenziale di materiale
editoriale digitalizzato e gratuito (che elimina il problema della ricerca,
dello spazio e del costo) non implica che esso venga realmente letto dal
possessore. La lettura rimane un’esperienza rinchiusa in una nicchia. I
molteplici eReader saranno una reale occasione per sbloccare questa situazione? Mi rimangono seri dubbi.
Cosa ne pensi?
mercoledì 16 gennaio 2013
^Sigh^Quote! 19
Oggi è il giorno dedicato a Ciantini.Quindi, una nuova, interessante citazione da un'ottima intervista recente.
Io vedo l'Editore come un padre, magari anche un padre stronzo, che grazie alla propria esperienza e fiuto, ti tira scappellotti, ti dice: no, ma t’indica una via chiara dalla quale fuggire o seguire. Arrivando anche a strapparti una tavola disegnata con grande attenzione e perizia che però risulta noiosa come masticare una pantofola!
E poi, una volta stampato il libro, non abbandona questo suo figlio perché ha da fare i cazzi propri, ignorando parole come "ufficio stampa" e "recensioni". Pronunciando la mitica frase: “Tanto se è un libro che piace si vende da solo!”, limitandosi alle tre copie a gratis ai soliti critici o giornalisti rimasti in vita, sperando in due parole buone, che non serviranno quasi a nulla. Ignorando tutti gli altri Media. Come se il fumetto ormai, davvero, non interessasse più a nessuno. Fosse roba da ghetto. Da "ragazzini".
Sauro Ciantini
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lunedì 24 dicembre 2012
^Sigh^Quote! 17
Critica amatoriale o militante?
Nell’osservazione critica di quanto ci circonda, mi sembra plausibile ritenere che nulla ha senso per chi osserva (legge, ascolta, guarda) se l’oggetto osservato non funziona in qualche modo da specchio.
Per differenza o per associazione, le caratteristiche tornano al soggetto interpretate da un punto di vista diverso dal proprio.
Le arti espressive, in ogni loro forma, sono da sempre esercizio preferenziale di rispecchiamento per l’uomo. Confronto con se stesso per chi crea e per chi ne usufruisce.
Il fumetto è una parte di questo processo. Una parte che, per il gruppo che come me si occupa di critica sul fumetto, è grande e occupa molto spazio nella vita quotidiana.
In quasi tutto il mondo occidentale, chi fa critica di fumetti è normalmente impegnato in altre attività (impiegato, droghiere, musicista, ferroviere, custode, ...) ché la critica non porta cibo a nessuno. Da più parti, soprattutto quelle interne al mondo dei comics - autori ed editori - questo aspetto viene spesso strumentalizzato come motivo di una critica inadeguata, impreparata, non ufficiale e quindi illegittima. In una parola: amatoriale.
Chi esprime tale giudizio dimentica due cose: che alcune forme espressive storicamente più floride sono spesso nate dalle sacche nascoste dei non professionisti; che il fatto di dedicare buona parte del proprio tempo libero a questo esercizio dovrebbe testimoniare della dedizione e della determinazione di chi lo esercita.
La passione non è certo sufficiente a sostenere argomentazioni e voci. Per questo, dico semplicemente di leggere prima di giudicare. Di farlo con la stessa gioia con la quale quelli come me leggono i fumetti, anche quelli che, lo si intuisce, lo si teme, non sono degni neppure di essere sfogliati. Perché il critico deve essere onnivoro. Non buongustaio, ma onnivoro, e a volte deve girare con la fiaschetta di amaro digestivo nella tasca.
Altrimenti si rischia di cadere nello spiacevole sillogismo che, essendo le forme espressive specchio di chi guarda, una cattiva critica non sia altro che specchio di cattivi autori, editori e lettori. Cosa che non credo, cosa di cui non mi sento parte.
Perchè buoni fumetti ce ne sono, non tanti, ma ce ne sono, e buoni articoli di critica ce ne sono, pochi, ma ce ne sono.
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harry naybors,
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sabato 15 dicembre 2012
^Sigh^Quote! 13
In questo senso dobbiamo
essere tutti lettori militanti perché il buon gusto e la capacità di
distinguere un fumetto che può attirare nuovi lettori da un capolavoro
che siamo in grado di appezzare in 500, non ci rende autosufficienti.
Poi non vi lamentate se
le serie e le case editrici chiudono.
Soprattutto se in questo
settore ci lavorate.
Breve manifesto dell'approccio militante, di Andrea Mazzotta, da una conversazione privata con il sottoscritto
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