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venerdì 2 giugno 2017

Roma de pazzi, Mercurio Loi 1

^Sigh^Comics! 4/6

Una nuova serie in casa Bonelli, forse la più attesa degli ultimi anni.
Alessandro Bilotta è uno dei più interessanti e consapevoli autori italiani attualmente al lavoro per la casa milanese, e affronta la sua prima prova monumentale, com'è sempre la realizzazione di una serie completa.  E lo fa, insieme al fido Matteo Mosca, partendo dai presupposti più complicati: intellettualismo, ironia, cura dei particolari narrativi, freddezza, lentezza... insomma, Mercurio Loi appare come l'anti-avventura intesa nel senso classico bonelliano. Un concept ormai arreso all'attualità, certo, ma pur sempre canonico e quindi, ricco di aspettative. E da questo punto di vista, per il suo intelligente tentativo di ripiegare il genere in una sorta di implosione consapevole, la sfida del primo numero è riuscita.
Meno, se la si legge come storia a sé stante, in una prospettiva a-storica. Da questo punto di vista, l'esordio appare spento e eccessivamente autocompiaciuto. Ma ci sono semi buoni, soprattutto in chiave fumettologica, che fanno ben sperare per il futuro.
Di seguito, le tavole chiave che riassumono i concetti alla base di questa prima uscita.

info: Mercurio Loi 1





Graphic Horror Novel, Dylan Dog 369

^Sigh^Score! 4/6

Avere tutte le carte in mano e non riuscire a
chiudere la partita.
Ratigher "usa" al meglio l'enorme talento di Paolo Bacilieri e la povertà artistica (sempre più povera, purtroppo) della coppia Montanari & Grassani senza riuscire a evitare le trappole
dell'autocompiacimento e delle strizzate d'occhio.
La morale della storia, che è ovvia e vera sin dall'antichità, è che l'arte come forma di pura manifestazione egoistica e narcisistica
porta solo dolore a chi la realizza.
Nel merito, l'equilibrio del contrasto artistico estremo messo in scena dai disegnatori, che Ratigher prova a giustificare con la metanarrazione, si arena nella povertà delle frecce narrative offerte all'arco del protagonista.
Dylan Dog non esiste. Il suo vuoto è un'informe assenza narrativa che fa girare a vuoto tutto il gioco messo in atto dagli autori.
Peccato. Perché era una questione di sensibilità e di ego.
Più della prima e meno del secondo avrebbero portato a
un successo pieno. Nel rispetto del personaggio.

info: Dylan Dog 369




domenica 21 maggio 2017

Il canto di Gaia - Nathan Never 312

^Sigh^Score! 5/6

Alberto Ostini e Mario Alberti tornano su Nathan Never
e ne esce una delle migliori storie lette sul mensile da mesi.
Un impianto solido della storia si sviluppa con energia,
ironia e originalità.
Alberti si permette un tratto nervoso e spettacolare,
che non si ripiega mai in inutile virtuosismo. I colori di Romina Denti esaltano le tavole senza coprirle.
Ostini sa divertire e si diverte, senza giocare al ribasso.
Il tema, per altro, attinente alla Suonoterapia, è anche
di mio interesse personale. Appare più un pretesto fantascientifico, certo, ma si apre ad alcuni spunti per lo più emozionali efficaci ed equilibrati.
Nathan che gioca a fare il Tenente Colombo, infine, è puro divertissement narrativo.



info: Nathan Never 312







giovedì 11 maggio 2017

Lo scuotibare - Dylan Dog Color Fest 21

^Sigh^Score! 5/6

L'esplorazione artistica della mitologia di Dylan Dog è il cuore della proposta editoriale del Color Fest. Dalla gestione Recchioni ancora di più.
Lo Scuotibare è il compimento più riuscito di questo progetto sinora. Perché era da tempo che non si leggeva una storia classica e semplice, ma solida e centrata, sostenuta da una parte artistica perfettamente integrata sia con la storia del personaggio che con quell'idea di "artistico" che nel Color Fest vuol dire eclettico e obliquo.
Non un facile tradimento, e neppure un decorativismo fine a se stesso. Masi, Pontrelli e Algozzino riescono ad aggiungere qualcosa di nuovo pienamente inserito nella mitologia del personaggio, per un'ottima storia di intrattenimento.
A Dylan Dog oggi non si può chiedere di più.

info: Dylan Dog Color Fest 21






martedì 27 settembre 2016

^Sigh^Life! - Farsi venire una certa fam(e)a


                                    studio per la copertina del numero 1 di Caravan (c) Mammucari


Sono venticinque anni (!) che leggo le storie di Michele Medda. Alcune sue storie hanno fondato parte del mio immaginario. Ricordo alcuni classici: per Nathan Never Gli occhi di uno sconosciuto (con i disegni di Casini), La Rivolta (albo gigante sempre in coppia con Casini); per Dylan Dog almeno La legge della giungla/Homo homini lupus (con Freghieri) ma ce ne sarebbero altri; per Caravan La storia di Carrie (con Maresta) che mi emozionò moltissimo alla sua uscita. Capirai che di 25 anni di carriera ho citato solo una minima parte delle sue storie importanti. In ogni caso, posso dire di essere spesso stato nel fiume delle sue storie. In occasione del primo numero di Caravan (era il giugno del 2009), su Harrydice... scrivevo così dell'autore:

"Non so cosa sia Caravan, narrativamente parlando. Non ho avuto voglia di leggere anteprime, interviste, comunicati stampa. Ho comprato il primo numero al buio. Perché di Medda mi fido. Perché a Medda attribuisco senza dubbio le qualità dell’intelligenza, della professionalità non sterile ma “germinale”, dell’autonomia di pensiero e della passione per il medium fumetto."
Sono passati sette anni da allora. Medda continua a raccontare le sue storie. Ha recentemente completato una serie che ho seguito solo all'inizio, Lukas (cocreata col disegnatore Michele Benevento). Le storie che ho letto mi hanno lasciato indifferente. Ho ritrovato una voce poco in sintonia con le mie corde oggi, insieme a meccanismi narrativi prevedibili, che non mi hanno convinto a proseguire. Si può tradire una fedeltà di questo tipo, perché sai che da qualche altra parte e in qualunque momento il filo si può ricollegare al volo. 

Ma le cose non sempre vanno in modo lineare.
Sono anni complessi per il fumetto seriale in Italia. Bonelli in particolare, pur rimanendo un'azienda più che solida, da capitali importantissimi, sta cercando di modificare la propria identità, e sopratutto di ricollocarsi, rinnovarsi. Lo sta facendo in molti modi, dall'apertura alle pubblicazioni dirette in libreria, allo sviluppo di un uso del colore più maturo e moderno, al rilancio dei tanti brand che la casa editrice ha creato nel corso degli anni (in dirittura d'arrivo le nuove avventure a colori di Martin Mystere per esempio), alla realizzazione di nuove serie e miniserie, di cui la sopraccitata Lukas è parte. Ma le vendite dei fumetti in edicola calano regolarmente. Sono anni difficili. Non solo per il fumetto, aggiungerei.

Vorrei parlare di Michele Medda come aspetto esemplificativo, di una fase, che immagino collegata a un passaggio epocale. E cercare di andare oltre il caso personale. Ci sono momenti in cui le cose si fanno difficili e si rischia di chiudersi, di trincerarsi. Accade in ogni settore.

Recentemente Medda ha pubblicato sul suo profilo Tweeter, questo messaggio:


Un messaggio che sembra una boutade. Ho sorriso, ma ho anche sentito un allarme, a fronte di una contrapposizione spiacevole tra lettori e autori. Ma continuavo a sorridere. 
Poi ho letto questo:


I lettori stanno mettendo gli autori a dieta... Inizio a perdere il sorriso. 
A quel punto, scrivo un mio commento, perché mi sarebbe piaciuto avere un chiarimento su questa presunta contrapposizione, su questa idea davvero contraddittoria. Ma a quel punto segue una risposta che mette la cosa sul personale e che non capisco. Aggiungo altri commenti senza che la cosa da parte di Medda prosegua e venga chiarita. Ecco qui di seguito: 




Ricorda, usiamo questo episodio come esemplificativo. 
Intanto, per chiarire, come ho postato a Medda non sono i lettori che affamano gli autori, ma se mai i non-lettori. E, come ho ben rappresentato a inizio di questo articolo, io sono un lettore, anche un lettore assiduo, si potrebbe dire fedele, un bene per l'editoria. Un bene per gli autori. 
Un c-a-p-i-t-a-l-e. 

E allora, senza tirarla troppo per le lunghe, io vedo in questo esempio, un'insofferenza che mostra anche una sorta di crisi di identità. Dove non si capisce più bene quali sono le parti in gioco e le, eventuali, controcause. Vedo alcuni autori sempre più sulla difensiva, mentre si ripiegano in un insano vittimismo, dove assumono la parte degli incompresi. Tanto da non distinguere più gli "amici" (i lettori) dai "nemici" (i non-lettori). 
Non è un caso che mi si "usi", in un piccolo tweet, come epigono dei nemici, forse perché, lesa maestà, mi sono permesso di esprimermi in modo critico su alcuni recenti lavori dell'autore. 
Ma è l'amore per il fumetto che guida questa sciocca e cocciuta volontà di parlare di fumetti. Ne scrivevo proprio in quell'articolo sul primo numero di Caravan cui ho accennato sopra. Mi ricito, perdonami: 

"Forse non ci credete, ma io amo il fumetto popolare. Ne amo la storia, l’evoluzione e le potenzialità. È per questa ragione che ne parlo così spesso male, perché ci tengo, lo coccolo, lo seguo e ne soffro. Ogni forma di comunicazione che ha vocazione “popolare” dovrebbe sentire delle responsabilità, che stanno innanzitutto nel non sentirsi autorizzati a banalizzare, a semplificare eccessivamente per quello strano assioma – che è un pregiudizio – che più una cosa è di facile “utilizzo” più si riesce a venderla.Se la semplicità è una vocazione del prodotto popolare, dietro a essa si deve respirare il pensiero, l’intelligenza, la partecipazione e la naturalezza. Tutte caratteristiche che mancano alla maggior parte dei prodotti popolari, fumettistici e non. Perché per costituzione e per necessità, il prodotto popolare è contaminato, improprio, derivativo, meticcio … tutti aspetti che ne fanno un “oggetto non identificato”, che richiede una straordinaria capacità di sintesi e di comprendere il clima socio-culturale in cui si vive.E a chi non piace sentire ancora oggi parlare di etichette quali “popolare” dico solo che il linguaggio dell’uomo funziona perché si definiscono, implicitamente o non, delle convenzioni. E mi sento ancora oggi in diritto di far mia tale convenzione: per cui, spero sia chiaro a tutti cosa intendo quando parlo di fumetto popolare. Non è una definizione di merito, né un giudizio implicito. Ha più a che fare con il pubblico di riferimento e i meccanismi produttivi che generano tali prodotti."
Il fumetto seriale non è, non può essere sterile ripetizione di sé. E d'altra parte, come tutte le cose della vita, è soggetto a cambiamento, vita e morte. L'autore seriale lotta giornalmente in un'arena difficile, che va pienamente rispettata, dove si deve trovare un equilibrio difficile tra routine e creatività. Per di più, in questo momento proprio le sfide della casa editrice Bonelli mostrano che non è più sufficiente fare bene la parte produttiva di un fumetto, ma è sempre più centrale promuovere in modo intelligente i propri prodotti. Era stato Bruno Enna, in uno scambio in formale col sottoscritto, che a proposito della sua serie Saguaro (chiusa per poche vendite) mi disse proprio questo. L'autore deve sapersi promuovere.
E se non lo sa fare?
Ho incontrato troppi autori bravi o bravissimi, che non hanno nel sangue la capacità di promuovere presso il pubblico potenziale i propri lavori. D'altra parte, soprattutto in una realtà produttiva come quella della Bonelli, sono fermamente convinto che sia ruolo chiave dell'azienda realizzare anche questo pezzo del lavoro. Le cose si stanno muovendo molto lentamente, e in modo poco organico. I vari "mondi narrativi" dell'editore milanese sembrano comportarsi come isole distanti, ognuna con velocità e modalità diverse. Anche nel rapporto con la critica specializzata c'è difformità, di velocità e metodi.

Tornando a Medda, vedere nel sottoscritto un nemico esemplare appare completamente fuori fuoco. Credo che sia parte del mestiere non vedere i potenziali lettori come controparti, ma come alleati da consolidare, trattenere, sorprendere. 
Un esempio riguarda Medda da molto vicino. Mai come in questi ultimi due anni il brand di Nathan Never è apparso tanto in caduta libera. Perdita di personalità, di solidità, di visibilità, e altre cose con l'accento sulla A. Non so dire cosa sia effettivamente successo all'interno della casa editrice, ma da esterno, si è notato un calo di investimento progettuale su Nathan Never, insieme a un ricambio di autori storici molto importanti.
Oggi, a settembre 2016, si vedono i segni di una controtendenza. Complici i festeggiamenti per i 25 anni di vita editoriale, stiamo leggendo alcune delle storie migliori che siano state realizzate sulla serie, guarda caso a firma proprio dei suoi creatori (che ricordo sono Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna).


Sulla serie regolare (nn. 301-303) Antonio Serra, insieme ai disegni di un Sergio Giardo pienamente ispirato, ci offre il suo canto del cigno come sceneggiatore. A suo dire non tornerà a scrivere per la serie e svolgerà solo il ruolo di editor. Questo saluto, oltre a mettere ordine a tanti elementi di continuity che vengono risolti e chiariti, ha una forza narrativa che sembra emergere proprio dallo stato di chiusura di una fase di vita, personale e professionale. Impossibile indovinare l'autocoscienza di un'altra persona, ma credo che questa particolare condizione abbia reso ogni pagina di questi tre numeri di Nathan Never tanto eclatanti quanto definitivi. Si vede uno sforzo "memorabile", nella cura dei dettagli e nella volontà di colpire ed emozionare, che si sposa perfettamente con le tematiche cosmiche di cui tratta. 
Completamente diversi gli umori e la sensibilità che mette in gioco Bepi Vigna con la seconda sequenza di storie importanti che stanno uscendo attualmente in edicola. Si tratta di Nathan Never Anno Zero, con i disegni del sempre evocativo Roberto De Angelis. Non si respira, qui, il senso di una fine, ma proprio il senso della costruzione di nuove fondamenta narrative. Vigna è talmente bravo che sa accontentare i lettori di vecchia data come me, e incuriosire i potenziali nuovi lettori. La miniserie di sei numeri è solida, sta in piedi da sola, svolgendo però perfettamente la funzione che ogni "Anno Zero" ha per tradizione: raccontare da altri punti di vista il passato del personaggio, ricapitolando gli eventi, accentuando quelli che si ritengono più in sintonia con il presente della serie. Un lavoro ricco di amore e dedizione.



Insomma, e chiudo, è da questi due esempi che vorrei cogliere un segnale: professionalità e passione si incontrano per dare forma a storie che si vogliono memorabili. Il seriale italiano ha bisogno a mio avviso di questa energia. Non per fingere eventi imperdibili che non esistono (come spesso accade per esempio nel fumetto statunitense) ma per rafforzare l'alleanza vitale tra autori e lettori.
I lettori danno da mangiare agli autori, in qualità di destinatari finali di una filiera complessa. La loro alleanza è vitale per il fumetto seriale, per il fumetto tutto.


venerdì 22 aprile 2016

Nuovo Mondo, Orfani - 4, 5, 6

^Sigh^Score! 4/6

Nella ricostruzione fenomenologica
dell'avventura supereroica qualcosa resta
sul campo della disavventura.
Ma nel movimento lineare di queste tre storie
il ritorno del rimosso eroico lega il lettore
ai personaggi e alle loro lotte quotidiane.
C'è colore.


info: Nuovo Mondo

sabato 27 febbraio 2016

^Sigh^Life! - Nuovi orrori per Dylan Dog e la nuova vittima sacrificale del seriale

marco galli

Il mese di febbraio ha visto due uscite importanti per Dylan Dog. Si tratta dell'esordio sulla serie regolare dello sceneggiatore Fabrizio Accatino (con i disegni di Luca Casalanguida), sul numero 353 dal titolo Il Generale Inquisitore; e del sedicesimo numero di Dylan Dog Color Fest, con altri tre esordi per certi versi clamorosi ma ormai da tempo annunciati: Ausonia, Aka B e Marco Galli. Partiamo dal secondo.

Il Color Fest è una formula editoriale che fino a oggi ha visto la presentazione di storie brevi, con la "novità" del colore, che hanno cercato di presentare l'Indagatore dell'Incubo con modalità inedite, o per lo meno insolite. Ricordo una storia di Vanna Vinci dove Dylan viene trasformato nella vittima di uno dei tipici personaggi metafisici dell'autrice sarda. Ricordo un numero realizzato tutto al femminile. Ricordo poco altro. La formula del Dylan Dog Color Fest, finora, ha lasciato più cadaveri che vivi. Perché? Perché scrivere storie brevi è maledettamente difficile, e il più delle volte questo arduo compito è stato affrontato dai numerosi autori che ci hanno provato con una certa superficialità, risolvendo in "piccola forma" quanto siamo abituati a leggere sul mensile. 
Il numero 16 supera in parte questo difetto strutturale e concettuale. Della storia editoriale di Ausonia, Galli e Aka B non vorrei dire nulla in questa sede, se non che seguo da anni i loro lavori.

marco galli

Di Galli ho recentemente letto il suo Nella camera del cuore si nasconde un elefante e ho potuto intervistarlo in occasione dell'ultima BilBOlBul (la trovi su LoSpazioBianco.it). Il suo racconto su Dylan è senza dubbio il più interessante. Mi piace la sintesi del tratto, la chiarezza nell'intenzione, l'amarezza e l'inquietudine riflessa generate dal finale. La sua scelta nell'affrontare l'esercizio del racconto breve, nella ricorsività suggerita dal finale, è quella di inserirsi come un flash all'interno di uno sviluppo narrativo più ampio.


aka B

La storia di Aka B ha il maleficio tipico della sua sensibilità ipocondriaca e malsana, dove ogni cosa procede come in un imbuto. Sai che stai precipitando nel buco, non ti piace, ma è inevitabile.
Il giorno prima della pubblicazione avevo avuto la fortuna di leggere in anteprima un suo lavoro in coppia con Pasquale Squaz Todisco, al momento sfortunatamente inedito, La soffitta. La sua realizzazione è interessante e rivela l'approccio intuitivo di Aka B. Squaz aveva una serie di tavole già realizzate ma senza una storia. Le ha date in mano a Aka B, il quale ha creato dal nulla la storia lavorando in giustapposizione con le tavole di Squaz. Funziona, perché il segno di quest'ultimo è ricco di simboli e suggestioni, che rimandano con chiarezza a tematiche specifiche, che per estrema sintesi potremmo definire underground. Se leggi la storia di Aka B senza guardare i disegni, ammesso che ipotizzare questo esercizio a posteriori abbia senso, puoi rintracciare tutti i tratti che caratterizzano il suo stile, la sua visione del mondo e dell'arte.

squaz e aka B, da La Soffitta, storia inedita

In Dylan Dog questa matrice si ripropone, e la sensazione malsana arriva, forse in superficie, ma senza colpire davvero il lettore. Aka B sembra fermarsi esattamente là dove ti aspetti. Non ha originalità o guizzi particolari, per chi lo conosce. Il suo approccio intuitivo non approfondisce.  Pigrizia? Semplificazione? Mestiere? Non so. Quel che è certo è che per un lettore appassionato di Dylan Dog e poco altro, il suo sguardo e il suo segno saranno apparsi tremendamente alieni, e questa in sé potrebbe rappresentare già una sfida vinta.


ausonia

Il punto di non ritorno è però posto dalla prima storia, quella realizzata da Ausonia. Il suo tratto colto, gelido, elaborato immobilizza la storia in una sequenza statica che non sembra offrire alcuno sguardo sulla realtà. L'autore sceglie di omettere qualunque collegamento con l'orrore quotidiano, se non uno: la serialità delle produzioni a fumetti. 
Ausonia segue e sviluppa in un contesto seriale alcune idee già affrontate nel suo precedente lungo lavoro Interni e si permette una feroce riflessione sulla produzione del fumetto Bonelli all'interno del recinto Bonelli stesso. Ecco il paradosso, voluto dall'autore e accolto dal curatore della testata (Roberto Recchioni): Ausonia mette in scena il sacrificio umano (di tempo, forze, energie creative, intelligenza, talento, ecc.) richiesto dalla casa editrice per la realizzazione mensile di Dylan Dog, senza risparmiare una rappresentazione maligna dello stesso e compianto patron Sergio Bonelli. 
Non so dire se la riflessione funziona e arriva nel suo intento. Non so dire in effetti quale sia il reale intento. Come per Interni, l'eccesso di intellettualismo di Ausonia congela eccessivamente la storia. Il lettore non si emoziona. Figuriamoci un lettore senza i codici di accesso a questa riflessione meta-fumettistica. Certo è che appare interessante vedere una tale rappresentazione del lavoro seriale all'interno di un fumetto realizzato dalla Bonelli. La sfida più grande, in effetti, sembra essere propria la possibilità di pubblicare tale lavoro in questo modo, con il consenso della casa editrice. Una vittoria? Un cavallo di Troia?




La visione proposta da Ausonia sembra trovare immediata conferma nel seriale, con l'esordio di Accatino. Quest'ultimo è sceneggiatore intelligente, che ha iniziato in Bonelli, se non erro, sulla serie de Le Storie, con un horror ben scritto ma fin troppo derivativo (La pattuglia), e poi, ancora per Le Storie, con un piccolo gioiello in coppia con Paolo Bacilieri. Era una storia western esemplare (Il prezzo dell'onore) che in compagnia di poche altre vale tutto il progetto de Le Storie.
Ebbene, il suo Dylan Dog n. 353 cade ferito nell'assorbimento edulcorante e normalizzante della legge seriale, e si dimostra spento, prevedibile e privo di qualunque pathos. Le debolezze, ahimè tipiche appunto del mensile, sono: la mancanza di sintesi; l'anti-climax per il quale i cattivi di turno vanno loro stessi dal protagonista, vanificando (su un piano narrativo) tutta la sua indagine; il finale che spiega (certo, senza la solita verbosità, ma nulla davvero cambia) quanto ogni lettore aveva già capito e archiviato, con tanto di sorriso annoiato, dopo la risoluzione dell'evento drammatico che coinvolge Dylan.
Ecco, secondo il principio sostenuto da Ausonia nella sua storia breve, anche Accatino è vittima sacrificale del meccanismo seriale, che tutto consuma e distrugge, in nome di una veste rassicurante, prevedibile e sempre uguale a se stessa. 

venerdì 15 gennaio 2016

Speciale Nathan Never 26 - Arkadin il sicario

^Sigh^Score! 4/6

La sopravvivenza della specie.
Il tentativo di prevedere gli eventi.
Una ricerca che si nasconde in altre.
Il cigno nero.
Un incontro artistico che si rinnova
e i segni del tempo che si vedono tutti.
La lentezza come cifra stilistica
o come obbligo del formato editoriale?
Avere fede.

info: Speciale Nathan Never 26

mercoledì 30 dicembre 2015

^Sigh^Life! - Peggio di così, si muore

Avevo parlato il mese scorso di uno dei peggiori esordi Bonelli degli ultimi anni, date le premesse e le aspettative create dall'autore.
Oggi torniamo a Morgan Lost di Claudio Chiaverotti, con il suo numero tre. E sarò molto breve.
Iniziamo da questa immagine.



L'unica cosa vitale di questa immagine, e di tutto quello che precede l'ultima pagina di questo albo, è la tovaglia su cui il fumetto è posato, con briciole annesse.
Mr. Sandman è un manuale di (non)sceneggiatura per profani. Ho provato a "posizionarlo", leggendo alcune parti di questo fumetto a una persona non esperta. Non c'è appello.
Siamo di fronte a un sentimentalismo che neppure un adolescente in calore. Alla necessità esasperata di esplicitare qualunque cosa nei dialoghi. A costruire la sceneggiatura in modo che tutto sia inverosimile e forzato. A cercare una sofisticazione derivativa priva di qualunque originalità, arroccata intorno a un'idea di fumetto che non avrebbe dovuto sopravvivere alla selezione della specie.
Quel che resta, sono davvero solo le briciole sul tavolo.

"Addio amore mio.. sarebbe.. è stato bellissimo. Anche se per così poco..."
(ovvero per una breve relazione sono morte tre persone, altrettante hanno rischiato la vita, compreso i protagonisti, e tutto senza che se ne arrivasse a una...)

domenica 20 dicembre 2015

Dylan Dog 351 - In fondo al male

^Sigh^Score! 4/6

Quando una cosa viene semplice
come la si complica?
Prendere il ritmo, prendere piede.
Forse il male deve ancora venire.
Il movimento intorno a quel volto
che mai si compone nel suo mezzo
ricorda l'offesa di essere dove non vuoi.
Il tuo posto. Anche questo. Fallo tuo!


info: dylan dog 351

martedì 24 novembre 2015

^Sigh^Life! - Come (non)funziona una nuova serie, ovvero smentire le premesse



Il mese scorso la Sergio Bonelli Editore ha iniziato la pubblicazione di una nuova serie, Morgan Lost, ideata e sceneggiata da Claudio Chiaverotti. Non mi dilungo sulle strategie della casa editrice, sulle alterne vicende delle nuove serie, sul tentativo di recuperare fette di mercato, o l'attenzione di nuovi lettori.
Trovo invece interessante condividere una riflessione su quello che non è Morgan Lost e vorrebbe essere, almeno da quanto si è potuto vedere nei primi due numeri, che rappresentano insieme una storia auto-conclusiva.

In Morgan Lost ci sono due elementi di forte discontinuità rispetto alla "tradizione" Bonelli che emergono a prima vista: la colorazione e le copertine.
La prima è realizzata in scala di grigio e rosso, per tentare di inscenare un contesto visivo cupo e violento (il rosso come simbolo del sangue, della violenza, ecc.). L'idea viene immediatamente banalizzata e impoverita dalla didascalica spiegazione che ne dà Chiaverotti nel primo numero. Per problemi fisici, il protagonista ha un problema di daltonismo che gli permette di vedere solo il rosso. Voilà, il meccanismo visivo è sputtanato. Intanto perché questa spiegazione suggerisce una lettura "in soggettiva" della realtà che l'autore non si impegna minimamente a rispettare, in secondo luogo perché ... una spiegazione per questo tipo di scelta non era necessaria. Soprattutto non a parole, all'interno di un dialogo come un altro, messo lì apposta per rassicurare i lettori.



Le copertine sono interessanti, potenti, di chiara derivazione statunitense, con una forte strizzata d'occhio a un periodo, quello dei primi anni Duemila, in cui la perizia grafica di alcuni autori aveva allargato il concetto di copertina "concettuale". Lo sviluppo grafico delle prime tre cover, quindi, raggiunge l'obiettivo di marcare una netta differenza rispetto a quanto fatto finora in casa Bonelli, con una rappresentazione non piatta e banale dell'eroe bonelliano. Prospetta anche una maturità dei contenuti, sia in termini di tematiche, che in termini di linguaggio, che purtroppo la narrazione elude clamorosamente.

Non è difficile impostare bene le premesse di una nuova serie. Neppure avviare una nuova storia suscitando curiosità o mistero. E questo Chiaverotti sembra saperlo. Le prime cinquanta tavole di Morgan Lost 1 sono all'altezza delle aspettative introdotte da copertina, colorazione, cura dei disegni, comunicati stampa e introduzione dell'autore. Il lettore attento, tuttavia, gira pagina una dopo l'altra temendo lo scivolone dentro ogni vignetta. Si legge lo sforzo di Chiaverotti di cercare una sofisticazione formale che si muova in equilibrio tra forza di rottura e mansuetudine tradizionalista. Inutile quindi dire che gli scivoloni arrivano. Il didascalismo già citato in merito alla colorazione è diffuso, e segno della mancanza di fiducia nei lettori, da un lato, e nei propri mezzi narrativi dall'altro. Sia il linguaggio utilizzato nei baloon che le scelte visive nei disegni denotano una totale mancanza di coraggio e una pigra ricerca di soluzioni nell'impostare lo story-telling. Chiaverotti si inserisce in una tradizione narrativa violenta, diretta, eccessiva, usando le pantofole di stoffa, o i guanti di velluto, o qualunque altra metafora del caso. Più semplicistica la metafora, più siamo vicini alle scelte narrative di Chiaverotti. Che si coronano in una conclusione del secondo numero dove tutto viene gettato alle ortiche.



Come dicevo, non è difficile iniziare bene, ma è molto complesso tirare le fila e non mandare tutto all'aria. Perché è come concludi la storia, come ne gestisci i momenti di passaggio cruciali, i cosiddetti turning point, che emerge la tua capacità tecnica e la tua cifra stilistica. Ebbene, Morgan Lost 2, a partire dalle prime tavole, è un susseguirsi di soluzioni banali, convenzionali, goffe e didascaliche, condotte attraverso dialoghi fuori registro e lunghe spiegazioni anti-climax come non ne leggevo dai tempi dei peggiori Dylan Dog del famigerato periodo Gualdoni. 
Di fronte a tutto questo, anche lo scenario più interessante e le premesse più avvincenti franano miserabilmente. E né lo scenario né le premesse di Morgan Lost erano così potenti. Quindi, in conclusione, avviene semplicemente un triste precipizio logorroico e noioso fino alla necessaria parola "fine".  Peccato, perché pur con tanti dubbi e un po' di sfiducia, all'inizio ci avevamo sperato.

mercoledì 18 novembre 2015

Adam Wild 13 e 14

^Sigh^Score! 4/6

L'ossessione per gli animali.
Tratti psicopatologici o principi
che hanno guidato le azioni del mondo?
Dentro agli zoo della politica
si muovono dense nuvole di giochi
che tornano ad emozionare gli osservatori.
Le cose appaiono in efficace squilibrio.
Peccato che la confezione sia inguardabile.


info: adam wild di gianfranco manfredi

martedì 10 novembre 2015

Hellnoir 1

^Sigh^Score! 4/6

Sentivo dolore alla testa.
Cercavo qualcosa che mi accompagnasse.
Appoggiato Kriminal sul comodino,
ho cercato di capire cosa stimola
la nostra curiosità morbosa per la violenza
e la morte.
Nel profondo, niente davvero mi si è fatto
più chiaro, se non la certezza dell'impermanenza.
Passeggiare per l'inferno di una città noir
non ha lenito il mal di testa.
Solo lo scorrere del tempo può.

info: hellnoir

domenica 8 novembre 2015

Morgan Lost 1 - L'uomo dell'ultima notte

^Sigh^Score! - 3/6

Quando la paura è reale.
Prende dentro e blocca le intenzioni.
Quando l'idea nasce e si chiude
nel compromesso.
Quando l'inadeguatezza dei mezzi
non permette di valorizzare il talento.
Poteva andare peggio.
Può solo peggiorare.

info: morgan lost 1

giovedì 14 maggio 2015

Battaglia 1, La figlia del capo

^Sigh^Score! 4/6

Inverosimiglianza nera.
Un gioco con la Storia fatto di semplicità,
ritmo e violenza.
Il formato fuori tempo massimo sarebbe vintage
se non funzionasse.
E invece le tavole sono costruite benissimo.
A questo gioco ci sto.

info: presentazione di battaglia al comicon 2015

mercoledì 6 maggio 2015

Dylan Dog 343, Nel fumo della battaglia

^Sigh^Score! 5/4

Quel che piace, è che almeno sembra che
non ci si arrenda mai.
Chi lavora oggi sul'Indagatore dell'incubo non molla come chi c'era prima.
E Simeoni si muove finalmente a suo agio, con la sola ambizione di una buona storia.
Inquietudine e angoscia.
Efficace l'intelligenza visiva, nella costruzione delle "inquadrature", nella scelta degli elementi simbolici da mettere in scena.
I particolari, semplici ma decisivi, fanno la differenza in una storia che arriva dove deve.

^Sigh^Life! - Go West! Go West!



Nel Far West accade che si ribaltino i presupposti.
E così, un Gianfranco Manfredi particolarmente ispirato, con i disegni di un preciso e puntuale Leomacs, ci racconta una storia di Tex (Oro Nero, Tex n. 654) dove tutto procede al contrario di come ci si aspetterebbe. La bellezza del lavoro di Manfredi sta nella semplicità. Lo stile narrativo è compatto e coerente con l'impostazione classica della serie, e l'autore gioca tutto sui ritmi e le dinamiche degli avvenimenti, per contraddire buona parte di quello che abbiamo letto sulla serie in tanti e tanti anni. Già l'inizio della storia, con le celebrazioni per l'insofferente coppia di Ranger e le dichiarate allergie per i rituali politici, fanno presupporre quanto di buono sarebbe avvenuto in seguito. Da domani, in edicola il secondo e conclusivo numero della storia.



Contemporaneamente, sulla serie Le Storie (n. 31, Il prezzo dell'onore), una coppia inedita di autori ci regala una delle migliori storie di genere che abbia letto in anni. Paolo Bacilieri e Fabrizio Accatino si muovono in perfetto equilibrio tra formalismo e invenzione, e raccontano una storia che funziona sotto ogni punto di vista. Personalmente, rimango sempre più sorpreso dalla bravura di Bacilieri nella costruzione delle tavole, nel suo estro visivo e nella precisione con cui ogni elemento viene racchiuso nelle vignette. Siamo di fronte a un autore sempre più bravo, che mette intelligenza in qualunque lavoro faccia.
E il western non è mai apparso così vivo. Il che, vista la chiusura di Saguaro, una delle mie serie preferite degli ultimi anni, a cura di Bruno Enna, è un'ottima notizia.

mercoledì 11 marzo 2015

Dragonero 21 - Gli spettri del lago

^Sigh^Score! 2/6

Come va oggi?
Il tempo regge. La primavera è ormai qui.
C'è un forte sbalzo di temperature. Al mattino freddo.
Al pomeriggio caldo. Forse troppo.
E poi si muore.
Ma hai visto, ieri, le eliminazioni dell'Isola dei Famosi?
Non ho capito...

giovedì 5 marzo 2015

Adam Wild 4 - L'anello mancante

^Sigh^Score! 4/6

Se sai entrare nel ritmo docile della narrazione
scopri piccole pieghe di piacere in queste pagine.
L'esotismo e la cura nelle caratterizzazioni.
L'avventura come forma di scoperta e di conoscenza.
Senza scosse e senza rivoluzioni. Senza delusioni.
Si apprezza l'ordine consapevole delle cose.
Anche nel tratto colto e maturo dei disegni.

Dylan Dog 342 - Il cuore degli uomini

^Sigh^Score! 4/6

Lo leggo e ci scivolo in un paio di passaggi.
Culo per terra, mi ci ritrovo contento.
Gli occhi al cielo azzurro (quasi)primavera.
Qualcosa di questa estrema sintesi del tratto
e dell'educazione sentimentale mi piace.
Entusiasma anche.
Seppure le semplificazioni siano segmenti
impazziti di scorie narrative.
Ormai tragicamente marchio di fabbrica.