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martedì 27 settembre 2016

^Sigh^Life! - Farsi venire una certa fam(e)a


                                    studio per la copertina del numero 1 di Caravan (c) Mammucari


Sono venticinque anni (!) che leggo le storie di Michele Medda. Alcune sue storie hanno fondato parte del mio immaginario. Ricordo alcuni classici: per Nathan Never Gli occhi di uno sconosciuto (con i disegni di Casini), La Rivolta (albo gigante sempre in coppia con Casini); per Dylan Dog almeno La legge della giungla/Homo homini lupus (con Freghieri) ma ce ne sarebbero altri; per Caravan La storia di Carrie (con Maresta) che mi emozionò moltissimo alla sua uscita. Capirai che di 25 anni di carriera ho citato solo una minima parte delle sue storie importanti. In ogni caso, posso dire di essere spesso stato nel fiume delle sue storie. In occasione del primo numero di Caravan (era il giugno del 2009), su Harrydice... scrivevo così dell'autore:

"Non so cosa sia Caravan, narrativamente parlando. Non ho avuto voglia di leggere anteprime, interviste, comunicati stampa. Ho comprato il primo numero al buio. Perché di Medda mi fido. Perché a Medda attribuisco senza dubbio le qualità dell’intelligenza, della professionalità non sterile ma “germinale”, dell’autonomia di pensiero e della passione per il medium fumetto."
Sono passati sette anni da allora. Medda continua a raccontare le sue storie. Ha recentemente completato una serie che ho seguito solo all'inizio, Lukas (cocreata col disegnatore Michele Benevento). Le storie che ho letto mi hanno lasciato indifferente. Ho ritrovato una voce poco in sintonia con le mie corde oggi, insieme a meccanismi narrativi prevedibili, che non mi hanno convinto a proseguire. Si può tradire una fedeltà di questo tipo, perché sai che da qualche altra parte e in qualunque momento il filo si può ricollegare al volo. 

Ma le cose non sempre vanno in modo lineare.
Sono anni complessi per il fumetto seriale in Italia. Bonelli in particolare, pur rimanendo un'azienda più che solida, da capitali importantissimi, sta cercando di modificare la propria identità, e sopratutto di ricollocarsi, rinnovarsi. Lo sta facendo in molti modi, dall'apertura alle pubblicazioni dirette in libreria, allo sviluppo di un uso del colore più maturo e moderno, al rilancio dei tanti brand che la casa editrice ha creato nel corso degli anni (in dirittura d'arrivo le nuove avventure a colori di Martin Mystere per esempio), alla realizzazione di nuove serie e miniserie, di cui la sopraccitata Lukas è parte. Ma le vendite dei fumetti in edicola calano regolarmente. Sono anni difficili. Non solo per il fumetto, aggiungerei.

Vorrei parlare di Michele Medda come aspetto esemplificativo, di una fase, che immagino collegata a un passaggio epocale. E cercare di andare oltre il caso personale. Ci sono momenti in cui le cose si fanno difficili e si rischia di chiudersi, di trincerarsi. Accade in ogni settore.

Recentemente Medda ha pubblicato sul suo profilo Tweeter, questo messaggio:


Un messaggio che sembra una boutade. Ho sorriso, ma ho anche sentito un allarme, a fronte di una contrapposizione spiacevole tra lettori e autori. Ma continuavo a sorridere. 
Poi ho letto questo:


I lettori stanno mettendo gli autori a dieta... Inizio a perdere il sorriso. 
A quel punto, scrivo un mio commento, perché mi sarebbe piaciuto avere un chiarimento su questa presunta contrapposizione, su questa idea davvero contraddittoria. Ma a quel punto segue una risposta che mette la cosa sul personale e che non capisco. Aggiungo altri commenti senza che la cosa da parte di Medda prosegua e venga chiarita. Ecco qui di seguito: 




Ricorda, usiamo questo episodio come esemplificativo. 
Intanto, per chiarire, come ho postato a Medda non sono i lettori che affamano gli autori, ma se mai i non-lettori. E, come ho ben rappresentato a inizio di questo articolo, io sono un lettore, anche un lettore assiduo, si potrebbe dire fedele, un bene per l'editoria. Un bene per gli autori. 
Un c-a-p-i-t-a-l-e. 

E allora, senza tirarla troppo per le lunghe, io vedo in questo esempio, un'insofferenza che mostra anche una sorta di crisi di identità. Dove non si capisce più bene quali sono le parti in gioco e le, eventuali, controcause. Vedo alcuni autori sempre più sulla difensiva, mentre si ripiegano in un insano vittimismo, dove assumono la parte degli incompresi. Tanto da non distinguere più gli "amici" (i lettori) dai "nemici" (i non-lettori). 
Non è un caso che mi si "usi", in un piccolo tweet, come epigono dei nemici, forse perché, lesa maestà, mi sono permesso di esprimermi in modo critico su alcuni recenti lavori dell'autore. 
Ma è l'amore per il fumetto che guida questa sciocca e cocciuta volontà di parlare di fumetti. Ne scrivevo proprio in quell'articolo sul primo numero di Caravan cui ho accennato sopra. Mi ricito, perdonami: 

"Forse non ci credete, ma io amo il fumetto popolare. Ne amo la storia, l’evoluzione e le potenzialità. È per questa ragione che ne parlo così spesso male, perché ci tengo, lo coccolo, lo seguo e ne soffro. Ogni forma di comunicazione che ha vocazione “popolare” dovrebbe sentire delle responsabilità, che stanno innanzitutto nel non sentirsi autorizzati a banalizzare, a semplificare eccessivamente per quello strano assioma – che è un pregiudizio – che più una cosa è di facile “utilizzo” più si riesce a venderla.Se la semplicità è una vocazione del prodotto popolare, dietro a essa si deve respirare il pensiero, l’intelligenza, la partecipazione e la naturalezza. Tutte caratteristiche che mancano alla maggior parte dei prodotti popolari, fumettistici e non. Perché per costituzione e per necessità, il prodotto popolare è contaminato, improprio, derivativo, meticcio … tutti aspetti che ne fanno un “oggetto non identificato”, che richiede una straordinaria capacità di sintesi e di comprendere il clima socio-culturale in cui si vive.E a chi non piace sentire ancora oggi parlare di etichette quali “popolare” dico solo che il linguaggio dell’uomo funziona perché si definiscono, implicitamente o non, delle convenzioni. E mi sento ancora oggi in diritto di far mia tale convenzione: per cui, spero sia chiaro a tutti cosa intendo quando parlo di fumetto popolare. Non è una definizione di merito, né un giudizio implicito. Ha più a che fare con il pubblico di riferimento e i meccanismi produttivi che generano tali prodotti."
Il fumetto seriale non è, non può essere sterile ripetizione di sé. E d'altra parte, come tutte le cose della vita, è soggetto a cambiamento, vita e morte. L'autore seriale lotta giornalmente in un'arena difficile, che va pienamente rispettata, dove si deve trovare un equilibrio difficile tra routine e creatività. Per di più, in questo momento proprio le sfide della casa editrice Bonelli mostrano che non è più sufficiente fare bene la parte produttiva di un fumetto, ma è sempre più centrale promuovere in modo intelligente i propri prodotti. Era stato Bruno Enna, in uno scambio in formale col sottoscritto, che a proposito della sua serie Saguaro (chiusa per poche vendite) mi disse proprio questo. L'autore deve sapersi promuovere.
E se non lo sa fare?
Ho incontrato troppi autori bravi o bravissimi, che non hanno nel sangue la capacità di promuovere presso il pubblico potenziale i propri lavori. D'altra parte, soprattutto in una realtà produttiva come quella della Bonelli, sono fermamente convinto che sia ruolo chiave dell'azienda realizzare anche questo pezzo del lavoro. Le cose si stanno muovendo molto lentamente, e in modo poco organico. I vari "mondi narrativi" dell'editore milanese sembrano comportarsi come isole distanti, ognuna con velocità e modalità diverse. Anche nel rapporto con la critica specializzata c'è difformità, di velocità e metodi.

Tornando a Medda, vedere nel sottoscritto un nemico esemplare appare completamente fuori fuoco. Credo che sia parte del mestiere non vedere i potenziali lettori come controparti, ma come alleati da consolidare, trattenere, sorprendere. 
Un esempio riguarda Medda da molto vicino. Mai come in questi ultimi due anni il brand di Nathan Never è apparso tanto in caduta libera. Perdita di personalità, di solidità, di visibilità, e altre cose con l'accento sulla A. Non so dire cosa sia effettivamente successo all'interno della casa editrice, ma da esterno, si è notato un calo di investimento progettuale su Nathan Never, insieme a un ricambio di autori storici molto importanti.
Oggi, a settembre 2016, si vedono i segni di una controtendenza. Complici i festeggiamenti per i 25 anni di vita editoriale, stiamo leggendo alcune delle storie migliori che siano state realizzate sulla serie, guarda caso a firma proprio dei suoi creatori (che ricordo sono Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna).


Sulla serie regolare (nn. 301-303) Antonio Serra, insieme ai disegni di un Sergio Giardo pienamente ispirato, ci offre il suo canto del cigno come sceneggiatore. A suo dire non tornerà a scrivere per la serie e svolgerà solo il ruolo di editor. Questo saluto, oltre a mettere ordine a tanti elementi di continuity che vengono risolti e chiariti, ha una forza narrativa che sembra emergere proprio dallo stato di chiusura di una fase di vita, personale e professionale. Impossibile indovinare l'autocoscienza di un'altra persona, ma credo che questa particolare condizione abbia reso ogni pagina di questi tre numeri di Nathan Never tanto eclatanti quanto definitivi. Si vede uno sforzo "memorabile", nella cura dei dettagli e nella volontà di colpire ed emozionare, che si sposa perfettamente con le tematiche cosmiche di cui tratta. 
Completamente diversi gli umori e la sensibilità che mette in gioco Bepi Vigna con la seconda sequenza di storie importanti che stanno uscendo attualmente in edicola. Si tratta di Nathan Never Anno Zero, con i disegni del sempre evocativo Roberto De Angelis. Non si respira, qui, il senso di una fine, ma proprio il senso della costruzione di nuove fondamenta narrative. Vigna è talmente bravo che sa accontentare i lettori di vecchia data come me, e incuriosire i potenziali nuovi lettori. La miniserie di sei numeri è solida, sta in piedi da sola, svolgendo però perfettamente la funzione che ogni "Anno Zero" ha per tradizione: raccontare da altri punti di vista il passato del personaggio, ricapitolando gli eventi, accentuando quelli che si ritengono più in sintonia con il presente della serie. Un lavoro ricco di amore e dedizione.



Insomma, e chiudo, è da questi due esempi che vorrei cogliere un segnale: professionalità e passione si incontrano per dare forma a storie che si vogliono memorabili. Il seriale italiano ha bisogno a mio avviso di questa energia. Non per fingere eventi imperdibili che non esistono (come spesso accade per esempio nel fumetto statunitense) ma per rafforzare l'alleanza vitale tra autori e lettori.
I lettori danno da mangiare agli autori, in qualità di destinatari finali di una filiera complessa. La loro alleanza è vitale per il fumetto seriale, per il fumetto tutto.


giovedì 24 luglio 2014

^Sigh^LSB! - L'esercizio della critica

Un argomento familiare per i lettori di ^S^Comics! viene ripreso dal sottoscritto in un articolo per il blog de LoSpazioBianco.it.
L'intero articolo è qui.

Estratto:
I critici militanti sono i “wannabe acritici” (noti la contraddizione?) che sostengono una posizione o un’altra, spinti da motivazioni che poco hanno a che fare con l’esercizio critico: visibilità personale, “potere”, fanatismo, proselitismo, ecc.
Distorsioni talmente comuni, riconoscibili e virali da mettere la Critica in una costante posizione dubbia in merito alla sua credibilità.

Gli autori di fumetti, per prima cosa, a fronte di critiche negative, più spesso che non, mettono in dubbio la buona fede del recensore, piuttosto che discutere del merito dei contenuti. Il gioco è facile, e la Critica collude terribilmente con questa posizione. Perché troppo spesso la militanza sporca le idee e le intenzioni, e un diffuso pressapochismo “tecnico” spezza l’esercizio dialettico e il confronto. In sintesi: critici militanti e poco preparati a caccia di visibilità offrono agli autori l’opportunità di chiudersi in posizioni pretestuose e pregiudiziali. E da qui come si esce?

giovedì 16 gennaio 2014

^Sigh^Life! - Perché e-mettere insieme i pezzi


Non sempre abbiamo una risposta a questa domanda:
Perché facciamo quello che facciamo?

Rispondere è ancora più difficile se occupi parte o tutto il tuo tempo all'esercizio della critica sul fumetto. E osservando il panorama dei siti di critica specializzata in Italia, la domanda sembra essere urgente. 
Riflettevo su questo, sfogliando quotidianamente la nuova fumettologica.it e mettendo a confronto la mia percezione con quella espressa da Marco Pellitteri, qui (e che riporto):

"Mi piacerebbe che si parlasse del reciproco posizionamento e livello qualitativo, nonché estensione e approfondimento dei discorsi critici oltre che della vena informativa, di “Fumettologica” rispetto agli altri siti di informazione e penso che a farlo dovrebbe essere qualcuno proprio sulle pagine dello “Spazio Bianco”, che secondo me, oltre a svolgere un lavoro molto curato e coerente, forse ha ricevuto un parziale abbandono di lettori per “Fumettologica”, a mio avviso ingiustificato (se fosse cosí che stanno le cose) dato che i due siti sono molto diversi. Coprono informazioni in moltissimi casi diverse e “Fumettologica”, che in teoria si presenta come la prosecuzione e fusione di due siti precedenti di spazio critico, di fatto è una specie di TgCom del fumetto italiano e nulla più, a parte una sola rubrica tenuta da Evil Monkey con articoli interessanti e critici, ma anche periferici. Spero che si apra un dibattito, per migliorare tutti, lettori e soprattutto addetti ai lavori".

Ci pensavo, sovrapponendo anche le parole di Walter Chendi (devo parlarvi del suo nuovo bellissimo lavoro che ho letto in anteprima!) che ha espresso in un commento a un mio precedente articolo

“…tornare al buon senso di giudicare un’opera al di là della presunta etichetta che le viene data. Tornare alla forza espressiva e comunicativa del lavoro…”
Quel che mi colpisce, seguendo il tuo ed altri blog attinenti al fumetto, è la grande differenza nel numero di commenti che vi trovo. Attenzione, non la qualità dei commenti, ma solo il loro numero. Una sorta di share che chissà se vuol dire qualcosa.
Ho sempre l’impressione che se intingi la tastiera nell’autocelebrazione, nella denigrazione degli altri, nel compiacimento delle copie vendute, nella capacità di ripetizione delle situazioni, canoni, personaggi e soluzioni, oltrechè in una spolveratina di politicamente corretto, se lo fai allora hai molti interessati a commentare questo mondo meraviglioso che non conosce crisi.
Se, altrimenti, provi a scrivere, in una visione generale, criticando la ormai cronica stitichezza di quello stesso mondo, allora troverai un commento, magari entusiasta, se ti va bene.
[...]
Forse il tuo articolo è troppo difficile. Forse è solo troppo lungo. E’ più facile che venga commentato un commento, più breve e sul quale si può cercare di deviare il discorso, quando non la si butta in rissa verbale.
Dire che bisognerebbe tornare alla forza espressiva o alla costruzione seria di racconti nuovi, per quel che vale il termine, ma che “stanno in piedi” da qualsiasi posizione li guardi, dire questo non è interessante, non è “carino” verso quel meraviglioso mondo, convinto che quantità sia meglio di qualità.
Lo sai che ti leggo sempre volentieri, ma mi verrebbe da dirti: lascia perdere, è una battaglia persa.

Perché si fa critica sul fumetto, in Italia? Chi la fa? Quali sono le reali ambizioni di chi ci opera?
Cosa differenzia davvero un sito (ambizioso) come fumettologica.it dagli altri? Credo che manchi, per la maggior parte dei siti che si occupano di critica fumettistica, un chiaro punto di vista editoriale. E credo che non sia semplice leggere le reali intenzioni di chi vi opera... da scegliere nel mare magnum delle tante possibili intenzioni:
interesse
visibilità
passione
tempo libero
potere
gioco
condivisione
...

Ognuno può mettere la sua lista. Ma a conti fatti, la cosa che più viene rimproverata a chi la critica la fa è l'opacità in merito alla questione centrale: i motivi e la buona fede. Non è un caso se è a quella che la maggior parte degli autori di fumetti si appellano in caso di critiche non positive.
Mi ostino a pensare che non hanno ragione. Ma fugare ogni dubbio è difficile. 

giovedì 14 novembre 2013

^Sigh^Life! - L'anti graphic novel di Massimo Giacon

Il graphic novel è il gemello maschile della graphic novel. Differiscono per genere e per etichetta. C’è una sorta di gerarchia temporale per cui la seconda è antecedente al primo e, per questo, dal primo è superato.
Se hai difficoltà a capirci qualcosa, puoi semplicemente decidere di usare il suono che preferisci. Io sono affezionato alla graphic novel, perché sono un gentiluomo. Ma lascia che sia la musica a guidarti. 

Ricordo che, anni fa, una delle interviste più divertenti che ho fatto è stata quella a Massimo Giacon (qui). Insieme al mio amico Alberto Casiraghi mi recai nello studio milanese di Giacon, in zona Leoncavallo/Loreto, e chiacchierammo intorno al fumetto e tutto il resto. Eclettico, Giacon. Fuori schema. Artista. Idee chiare ma evanescenti, o forti e seduttive. L’artistite come una malattia, o un’identificazione potente, o un rituale di vita. Ho sempre amato il suo gusto visivo. 

Amo gli artisti, in generale, con il distacco partecipe che sempre mi accompagna quando sento un certo tipo di energia, di convinzione. Inutile aggiungere, ma lo aggiungo, che non è possibile valutare un uomo dall'incontro di un’intervista. Non i suoi dubbi reali, le sue ambizioni, le sue amputazioni, i suoi successi. E che il luogo dell’intervista è proprio il più adatto per dare spazio alla propria artistite.
Nel suo approccio controcorrente, corrosivo, Giacon ha più volte espresso perplessità per la (non)forma delle graphic novel. L’ha anzi messa in discussione con i suoi stessi lavori. Che da quella (non)forma sembrano sempre volersi distaccare con forza. Mi tornano in mente questi pensieri perché trovo su twitter il link alla sua strepitosa, sintetica e pungente critica in forma di fumetto (il fumetto è il mezzo principe della meta-comunicazione) alla graphic novel. Eccola qui.



E non è un caso che il libro a cui sta lavorando per Rizzoli Lizard venga definito proprio su twitter come inclassificabile. Le etichette contano. Per un iconoclasta come Giacon, inclassificabile è il top. Anche questo è marketing.
Eppure, eppure provo un certo fastidio alla critica forzata alla (non)forma delle graphic novel.
Per almeno tre ragioni che sintetizzo così:

- Non esiste qualcosa come LA graphic novel. Tale concetto mi sembra la reificazione di un pregiudizio. Anche considerandola all'interno di un movimento artistico, come teorizzò alcuni anni fa Eddie Campbell, trovo pressoché impossibile radicalizzare il concetto fino a un format specifico, o ridurre quelle che comunemente sono considerati degli ottimi esempi di graphic novel a uno schema predefinito (un elenco sarebbe utile, per allargare la discussione, ma non ho il tempo per farlo ora).

- Storicamente, il concetto di graphic novel, soprattutto negli USA dove è nato, ha fatto più bene che male all'evoluzione culturale e artistica del fumetto. Ha aperto nuovi orizzonti e possibilità, sia artistiche che editoriali che economiche.

- Anche la pura adesione a un canone come quello che Giacon prende in giro nella sua tavola non esclude la possibilità di realizzare un capolavoro. Tutto dipende dalla capacità dell’autore di raccontare. Tanto quanto aderire ad altri canoni (quello avventuroso, per esempio) non impedisce ad altri autori di realizzare ottimi fumetti. E non può diventare, forse, anche l’anti (non)forma verso cui Giacon sembra volersi muovere essa stessa una gabbia? L’inclassificabile stesso, in forma fumetto, potrebbe essere schematizzato in una tavola, individuando alcuni punti cardini della sua impalcatura. Ma anche questo è un pregiudizio.


In conclusione, potrebbe essere più utile tornare al buon senso di giudicare un’opera al di là della presunta etichetta che le viene data. Tornare alla forza espressiva e comunicativa del lavoro, all'indagine delle motivazioni dell’autore e all'ascolto delle emozioni e dei pensieri che esso muove dentro ai lettori.  

mercoledì 25 settembre 2013

^Sigh^Life! - Il paradosso del (non)critico



Spesso il mondo della critica sui fumetti è attraversato da questo paradosso, che ha il semplice motivo di delegittimarne a priori la voce:

Se non sei un fumettista (se non hai mai sceneggiato, se non hai mai disegnato, ecc.), non hai gli strumenti per fare critica sul fumetto.

Se sei un fumettista, non sei super partes per fare critica sul fumetto.

La conseguenza logica è che nessuno sarebbe adeguato a fare critica sul fumetto.
Che ne pensi?

lunedì 23 settembre 2013

^Sigh^LSB - La saga di Fenice Nera



Come anticipato, nell'ambito dell'ottimo speciale sugli X-Men in uscita su LoSpazioBianco.it e curato da David Padovani (che ringrazio per la cura nella revisione e nell'impaginazione), viene pubblicato un mio articolo che ricorda l'importanza della saga di Fenice Nera.
Un piccolissimo estratto:

La saga di Fenice Nera rappresenta, per queste ragioni, una pietra miliare e un punto di non ritorno nell’evoluzione del genere nel cuore degli anni ’80, che celebra il conflitto tra la fragilità dell’uomo e la pericolosità delle forze con cui si ritrova sempre più a “giocare”, che vanno ben oltre la piccola visione comune

Tutto l'articolo lo trovi qui.
Ne sono piuttosto fiero.

sabato 14 settembre 2013

^Sigh^Life! - A chi importa cos'è la critica?!


chris ware


Fuori tempo massimo per me, discutere sulle funzioni della critica nel mondo del fumetto.
Non ci credo. Non mi interessa. Non nell'ambito di una cultura italiana umiliata e insonne.
Non in un contesto che difficilmente apre gli occhi al sole fuori dalla finestra.
Non dove la consapevolezza personale è sotto le scarpe e il narcisismo espressivo la principale chiave di volta.
Non dove la ricerca di visibilità e riconoscimento è il richiamo principale.
Non dove la militanza sorda degli appassionati riduce tutto a un gioco di specchi.

Nel mondo dei fumetti, i critici esistono?
Perché lo facciamo? Con quale funzione?
Più semplice dell'estate che termina per dare spazio all'autunno.
Leggi quello che scriviamo, e valuta lucidamente se ti interessa, se ti offre spunti di comprensione, se svolge una funzione culturale e umana, se ha vita.
Poi, se sei convinto, torna a leggere ogni volta che vuoi.

Sarebbe piuttosto molto interessante raccogliere le voci.
L'aspetto importante, per chi ci crede e ne ha ancora voglia, è proprio quello di trovare una forma "editoriale" che permetta di fare sistema, gruppo, e non disperdere come infiniti rivoli le energie che ci sono.
Ricordo che un tempo, quando l'amico Alberto Casiraghi era ancora parte del gruppo, se ne discusse come possibile evoluzione de LoSpazioBianco.it. Ettore Gabrielli, Alberto e io eravamo eccitati dall'idea di trovare una strada in questa direzione. Ma la vita divide quel che il cuore unisce. Si dice così? I tempi non erano maturi. O non lo eravamo noi. E le cose sono andate.

Oggi, i tempi sono maturi? In quale forma? Con quale modalità di coordinamento? Con quale idea editoriale dietro?
Forse questo, merita qualche discussione.
Il resto no. Perché nel pantano delle parole ci stanno bene soprattutto i maiali.
(forte questa metafora dei maiali. Ok la uso come provocazione finale)

Ci leggiamo.

mercoledì 31 luglio 2013

^Sigh^LSB! - Lone Wolf and Cub



Tempo fa mi persi nella lettura di Lone Wolf and Cub.
Tempo fa ne scrissi un lungo articolo per LoSpazioBianco.it.
L'ho riletto recentemente per ragioni noiose da spiegare.
Lo rilancio qui, in questo periodo estivo, intanto perché è uno dei più bei fumetti di tutti i tempi, poi perché credo che l'articolo abbia ancora oggi qualche spunto interessante.
Uno stralcio:

Quella che potrebbe essere una banale quanto inconsistente successione di scontri e di battaglie, fondate sull’unico fine di mettere in mostra tecniche di lotta tradizionali ogni volta diverse, avversari sempre più potenti e grotteschi – come avviene nella maggior parte dei manga sui samurai e sulle arti marziali – nel lavoro di Koike e Kojima si trasforma in una sfida narrativa sempre nuova. In un processo di perfezionamento continuo, di invenzione e variazione sul tema, gli autori giungono alla conclusione di ogni episodio partendo da punti di vista, pieghe del racconto, sollecitazioni culturali e rituali sempre nuove. Il lettore è spinto a proseguire la lettura anche per scoprire, passo dopo passo, quale nuova angolazione verrà messa in luce, da quale obliquo percorso si arriverà allo scontro risolutivo. L’accerchiamento al quale il Lupo Solitario e il suo cucciolo sono sottoposti darà origine a sfide e pericoli sempre più imprevedibili, che condurranno all’inevitabile fine per condensazione e accumulo, in un processo circolare a spirale, piuttosto che in uno sviluppo lineare da punto a punto. Appare questa una forma espressiva tutta orientale, lontana dalla visione meccanicistica propria della cultura occidentale: la vita di ogni individuo si sviluppa per casualita’, continui ritorni, derive. Il senso del cammino sta nell’attesa, come per Ogami Itto il senso della vita è celato nella via del Meifumado, dove emozioni, desideri, timori, aspettative perdono energia, forza, in un percorso di meditazione che, qui, appare iscritta nell’essenza stessa della vita di un samurai e, al contempo, mostra tutte le contraddizioni di una filosofia di liberazione che si piega, per Itto, al servizio della morte e della distruzione.

Tutto l'articolo qui.

mercoledì 10 luglio 2013

^Sigh^Quote! 40



understatement:

Un’uscita perfetta, quindi? No, naturalmente. Ci si incarta un pochino sul finale e l’intreccio rimane leggermente sospeso. Ma sono le cose minuscole a rendere queste pagine gigantesche. Questionare su altri aspetti sarebbe gratuito. Anche perché siamo solo al secondo numero.
Recensione di Long Wei 2, a cura di EvilMonkey da qui.
Linguaggio a parte: quando si perde il senso della misura. Ma è un'escalation... Critico militante o marchetta?

lunedì 11 marzo 2013

^Sigh^Life! - Critica diacronica


particolare di una cover di shanghai devil, a firma corrado mastantuono


Non è facile seguire le serie numeriche.
Richiede tempo, organizzazione, ordine e passione.
Ed è così che da almeno un anno accumulo ma non leggo Rat-Man di Ortolani; da un semestre Shanghai Devil di Manfredi e così via. Alla fine è solo una questione di fiducia. Perché questa fedeltà non è motivata da un riscontro reale. Pensa, dei due esempi citati, so già che almeno in un caso la mia fiducia sarà malamente tradita.
Il disordine delle serie si muove anche in altro modo.  Leggo Julia in modo disordinato, abbandonando la sequenzialità degli episodi. Almeno fino a marzo, fino al nuovo amore della protagonista, che mi costringerà forse a una nuova ritualità. Tex si muove a blocchi mensili. Storie vecchie di anni che non ho letto, ma l’ultimo gruppo di storie collegate sì. Dipende dal momento in cui ho l’albo tra le mani.
Più attenzione per le nuove nate. Saguaro è stato appena recuperato, uno dopo l’altro, che qui la fiducia va ancora conquistata. Ma Bruno Enna cosa sta cercando di fare? Una domanda cui risponderemo in un altro momento. Le Storie è più semplice. Un seriale non seriale. La lettura disordinata quasi ne giova. E questo, a merito dell’impostazione di un progetto che non è nuovo nella struttura interna, narrativa ed estetica, ma nell'idea di serialità. E chi cerca altro, sbaglia.
E naturalmente, nel seriale disordinato, qualcuno viene abbandonato. Nathan Never addio. Davvero addio. Dampyr, che è tornato nelle mie ritualità per un breve, brevissimo tempo, abbattuto da collaborazioni senza alcuna ispirazione, addio. Dylan Dog no. Nella ritualità non c’è più da troppi anni.
Il disordine seriale ha almeno un pregio che mi piace condividere. Favorisce un’analisi critica diacronica. Quella sana distanza dall'immediato,  quella possibilità utile e divertente di leggere in fila più di un numero di una serie, quella distanza dal sordo clamore (?!) che segue ogni nuova uscita. Ecco, bando alla sincronicità, il distacco dal seriale ne favorisce un’osservazione meno necessaria e contingente. Forse, quello dello sguardo sincronico, è uno dei difetti principali della critica di questi anni. 

mercoledì 20 febbraio 2013

^Sigh^Life! - 1001 Comics


(c) seth


In soggiorno ospito una piccola selezione di libri a fumetti. Si tratta per lo più delle ristampe di vecchie strisce statunitensi, in quei lussuosi volumi cartonati ricchi di apparati redazionali e critici che stanno spopolando negli States: Popeye, Terry and The Pirates, Gasoline Alley, X-9, Pogo, King Aroo, …
Sono un pezzo enorme di storia del fumetto che riemerge alla luce anno dopo anno, e sono un problema non indifferente per la mia esperienza di lettore: come affrontare la lettura di questi volumi? Con quale regolarità? Com'è possibile ripercorrere anni di strisce andando oltre il rituale quotidiano per il quale sono state originariamente concepite? Un lettore come me si ritrova spesso l’impressione di essere monumentalmente schiacciato da questo materiale straordinario. Succede che il gusto dell’accumulazione sovrasti le mie concrete possibilità di lettura. Non lo studio di questo materiale, non il piacere, di più, la gioia di questi straordinari lavori trovano nella mia quotidianità lo spazio che meriterebbero. Ho pensato anche di recuperare il ritmo della lettura originaria. Invece di aprire le pagine di quotidiani che non esistono più, aprire ogni giorno una pagina di ogni volume e leggere la striscia del giorno. Immagini la complessità di questo impegno, passando da un volume all’altro? Mi interessa l’esperienza del lettore, mi interessa questa forma di fenomenologia (di fenomenologia della lettura parlerò a breve, o di qualcosa di simile). Tu che ogni tanto torni generosamente su ^S^Comics! malgrado l’irregolarità dei miei aggiornamenti, come affronti questo materiale?

La riflessione si collega a un volume che ho recentemente recuperato, complice un forte sconto su Amazon UK, ovvero 1001 Comics You MustRead Before You Die di Paul Gravett. La compilazione, il canone che lo studioso inglese propone è effettivamente monumentale. La mia reazione rispetto a questi progetti è normalmente la seguente: percorro ogni titolo annotando mentalmente i fumetti che conosco, quelli che possiedo e quelli che ho letto. Il resto rimane nella mia lista dei desiderata futuri. Certo, le scelte di Gravett e del suo gruppo di lavoro, che per ora ho solo velocemente esplorato, non è del tutto convincente. In particolare per quanto riguarda l’ampia sezione dedicata ai fumetti delle ultime due decadi, mi sembra manchi ancora una corretta prospettiva storica. In ogni caso, la compilazione mi sembra voglia individuare accanto alle cosiddette pietre miliari, anche e soprattutto opere piacevoli e stimolanti da leggere, in modo da offrire soprattutto ai lettori non esperti o non amatori del medium, diverse e variegate esperienze di lettura. Altrimenti, per fare un paio di esempi soltanto, mi risulterebbe difficile comprendere la presenza di un manga come MPD Psycho o di Mouse Guard: Fall 1152. Il secondo, in particolare, l’ho trovato un vuoto esercizio di stile difficilmente memorabile.
Le schede, inoltre, hanno quell'approccio seducente per cui si nota il chiaro tentativo di mettere in luce gli aspetti positivi dei lavori proposti, anche laddove i difetti sono numerosi e, perché no, macroscopici (Batman: The Dark Knight Strikes Again?!).
L’esigenza compilativa propria dell’essere umano trova in ogni caso qui un buon luogo di soddisfazione. E per quanto i difetti ci siano e siano facilmente individuabili, mi sembra che l’onestà di Gravett e l’approccio in divenire di 1001 Comics sia apprezzabile. D’altra parte è segnale di grande intelligenza aver incluso fumetti di difficile reperibilità o persino lavori non in lingua inglese di cui al momento della pubblicazione esiste solo l’edizione nella lingua originale. Che il lavoro si rivolga anche agli editori inglesi e statunitensi?
Come ho già scritto, l’accumulazione è l’illusione di credersi immortali. Di avere a disposizione tempo infinito per godere di beni materiali che superano evidentemente le possibilità umane. Il fumetto, in queste sue due espressioni (il canone di Gravett, la ristampa delle annate complete di strisce), non sfugge alla regola.
E allora, mi chiedo, quando arriva il momento di fermare la ricerca e l’accumulo?

venerdì 11 gennaio 2013

^Sigh^Quote! 18



Voglio dirlo a voce alta! - credo che oggi non manchino gli autori o gli editori, ma manchino persone che diano delle indicazioni sui lavori, con cuore e anima, senza creare guerre o risse. Che riescano a NON anteporre il proprio Ego al lavoro degli altri.


Sauro Ciantini, da una conversazione privata con il sottoscritto

mercoledì 9 gennaio 2013

^Sigh^Life! 14


(c) seth

Una lunga pausa e le parole di Harry.
Ironicamente, l’amico Claudio Calia mi fa notare che quanto detto da Harry in merito a chi si occupa di critica, potrebbe essere utilizzato in modo equivalente per gli autori di fumetti italiani.
Amo le simmetrie, soprattutto quando sono tragiche. O terrificanti come nella celebre poesia The Tyger di Blake ripresa da De Matteis in una celebre storia di Spider-Man.
Il critico come l’autore di fumetti. O viceversa.

Ho passato alcuni giorni di questa pausa invernale a sistemare il mio studio, sommerso com’è da libri e fumetti. Capisci l’ironia? Libri da una parte, fumetti da un’altra. Come in libreria. Divisi secondo logiche che neppure capisco. Il tempo a trovare spazio, a riscoprire volumi mai letti che non sospettavo neppure di avere. E ghettizzati come in libreria! Ah, la bellezza delle abitudini.
Ho sentito, spaventosa, l’ossessione all'accumulo che ha caratterizzato buona parte della mia vita. Lo sai, l’accumulazione è la forma più comune dell'illusione dell’immortalità. Avrei materiale da leggere per i prossimi decenni. Oltre la mia morte?
Perdo senso.

 Nell'archiviare e inscatolare tonnellate di cose, ho anche pensato al rito triste e mortale del seppellimento. L’accumulo, il possesso, mi costringono ad archiviare e seppellire in bare di cartone centinaia e centinaia di libri e fumetti, libri a fumetti, fumetti a libri, fumetti e libri… Come poterli fare vivere ancora? Aspetto proposte.
Forse, senza cederli a una biblioteca, aprire alla possibilità che chi vuole, e ne ha cura, possa prendere quelle bare di cartone, aprirle, leggersi il materiale contenuto e restituirlo.
Io sono in Brianza, a nord di Monza. Forse ti interessa?

Oggi riapre ^S^Comics!, un po’ come si è interrotto. Con la coda finale di ^S^Christmas!, ovvero la pubblicazione di parti inedite di fumetti che ritengo utili alla nostra vita. Per vicinanza o il suo contrario.
Si riprende domani, proprio con il nuovo lavoro di Claudio Calia, Dossier TAV.
Ci sarai?
Dimmelo, che in questa ripresa mi sento un po’ solo.

lunedì 24 dicembre 2012

^Sigh^Quote! 17


Critica amatoriale o militante?

Nell’osservazione critica di quanto ci circonda, mi sembra plausibile ritenere che nulla ha senso per chi osserva (legge, ascolta, guarda) se l’oggetto osservato non funziona in qualche modo da specchio.
Per differenza o per associazione, le caratteristiche tornano al soggetto interpretate da un punto di vista diverso dal proprio.
Le arti espressive, in ogni loro forma, sono da sempre esercizio preferenziale di rispecchiamento per l’uomo. Confronto con se stesso per chi crea e per chi ne usufruisce.
Il fumetto è una parte di questo processo. Una parte che, per il gruppo che come me si occupa di critica sul fumetto, è grande e occupa molto spazio nella vita quotidiana.
In quasi tutto il mondo occidentale, chi fa critica di fumetti è normalmente impegnato in altre attività (impiegato, droghiere, musicista, ferroviere, custode, ...) ché la critica non porta cibo a nessuno. Da più parti, soprattutto quelle interne al mondo dei comics - autori ed editori - questo aspetto viene spesso strumentalizzato come motivo di una critica inadeguata, impreparata, non ufficiale e quindi illegittima. In una parola: amatoriale.
Chi esprime tale giudizio dimentica due cose: che alcune forme espressive storicamente più floride sono spesso nate dalle sacche nascoste dei non professionisti; che il fatto di dedicare buona parte del proprio tempo libero a questo esercizio dovrebbe testimoniare della dedizione e della determinazione di chi lo esercita.
La passione non è certo sufficiente a sostenere argomentazioni e voci. Per questo, dico semplicemente di leggere prima di giudicare. Di farlo con la stessa gioia con la quale quelli come me leggono i fumetti, anche quelli che, lo si intuisce, lo si teme, non sono degni neppure di essere sfogliati. Perché il critico deve essere onnivoro. Non buongustaio, ma onnivoro, e a volte deve girare con la fiaschetta di amaro digestivo nella tasca.
Altrimenti si rischia di cadere nello spiacevole sillogismo che, essendo le forme espressive specchio di chi guarda, una cattiva critica non sia altro che specchio di cattivi autori, editori e lettori. Cosa che non credo, cosa di cui non mi sento parte.
Perchè buoni fumetti ce ne sono, non tanti, ma ce ne sono, e buoni articoli di critica ce ne sono, pochi, ma ce ne sono.

domenica 16 dicembre 2012

^Sigh^Quote! 14



Cito di nuovo Andrea Mazzotta, perché mi chiama in causa nel suo blog. Riporto la chiusura del suo articolo. Avrei potuto scriverla io, ma con parole meno da guerriglia. Quanti volumi prestati, e quante conversioni mai avvenute!!

Se l'arma da imbracciare per vincere questa guerra è un volume di Calvin e Hobbes e se il mio sparare consta nel prestarlo a qualcuno...bè, io vado in prima linea e mi auguro di voltarmi e di trovare un esercito alle mie spalle e non strateghi che consigliano delle ritirare per consolidare piccole territori eretti a mo' di riserva.

Poi ti chiedo: leggi con attenzione l'articolo di Mazzotta, e cerca in ^S^Comics! le cose che mi vengono contestate. Non ne troverai molte tracce, a meno di essere annebbiato da un atteggiamento ideologico e militante. Di nuovo! Ne parlerò presto in un nuovo ^S^Life!, che tratterà di Cerebus, Comunione e Liberazione, sincronicità e condizionamenti. 

sabato 15 dicembre 2012

^Sigh^Quote! 13




Oh ragazzi, siamo in guerra. Capitelo.
In questo senso dobbiamo essere tutti lettori militanti perché il buon gusto e la capacità di distinguere un fumetto che può attirare nuovi lettori da  un capolavoro che siamo in grado di appezzare in 500, non ci rende autosufficienti.

Poi non vi lamentate se le serie e le case editrici chiudono.
Soprattutto se in questo settore ci lavorate.

Breve manifesto dell'approccio militante, di Andrea Mazzotta, da una conversazione privata con il sottoscritto

^Sigh^Quote! 12

[...] adesso faccio un esempio usando un genio: Charles M. Schulz quando fa Peanuts. Prendi una qualsiasi di quelle strisce (possibilmente dopo il 1960, ché il gioco funziona meglio) e la monti come preferisci: su una o due righe (1×4 o 2×2). La guardi e godi un po’. Poi, tiri un bel respiro per darti coraggio e prendi una penna in mano. A quel punto provi ad aggiungere la bocca a Snoopy dove Schulz non l’ha disegnata (se proprio non ci riesci fatti aiutare da uno che sa copiare bene la bocca di Snoopy).
La striscia si rompe. E’ tutto là.


Ecco come, in poche righe, Paolo "Spari d'inchiostro" Interdonato ha riassunto l'essenza stessa del fumetto (e quel Guglielmo ovviamente sono io). 

domenica 9 dicembre 2012

^Sigh^Life! 12

(c) seth


Facciamo finta che a un concorso letterario, tra i tanti romanzi, partecipino anche uno o due fumetti.
Qui si pone subito una piccola questione: è giusto che fumetti e romanzi partecipino allo stesso concorso? Perché non fumetti e film? O fumetti e videogiochi? O fumetti e dipinti?
La domanda è più una provocazione. In effetti, almeno a livello superficiale, fumetti e romanzi condividono qualcosa in più. Ma non sarò qui a parlarne. Aggiungo solo il fattore del supporto: la carta. Un libro è un libro, che contenga fotografie, parole scritte, ricette di cucina, fumetti, ... Per fortuna il web annullerà completamente nel tempo questa associazione. Sarà più semplice fare confusione.
Ma facciamo un passo avanti.
Un fumetto contro un nutrito elenco di romanzi. Quel fumetto, puoi starne certo, è nella lista dei concorrenti quasi esclusivamente per ragioni extra-fumettistiche. E non sempre, ammettilo, per i suoi meriti intrinsechi.
Questo scenario rappresenta l'occasione migliore per il lettore (critico (autore (animatore culturale))) militante per portare avanti la sua battaglia: votare votare votare votare il Fumetto. Far vincere l'oggetto della sua battaglia ideologica. Questo, senza aver letto le altre opere in lizza e, certamente, a prescindere dai meriti reali del lavoro. Il risultato?
- il fumetto deve vincere anche se è meno interessanti di un qualunque lavoro di narrativa;
- il fumetto sbagliato potrebbe prendere il centro della scena, sempre per le ragioni sbagliate (non per le sue qualità specifiche, ma perché è un rappresentante di un gruppo minoritario e ghettizzato, il Fumetto);
- i lettori "generalisti" potrebbero ritrovarsi a leggere il loro primo fumetto dopo tanti anni perché ha vinto un concorso. Suona strana questa frase, ma è il motivo per cui si fanno i concorsi. Ebbene, il lettore potrebbe leggere il fumetto e pensare... boh, forse torno a leggere solo narrativa, ché questa specie, questa categoria, come si chiama, "Fumetto", non è che mi piaccia tanto. Ricordavo di aver letto Tex più divertenti;
- gli autori di fumetti che non hanno avuto la fortuna di avere il proprio lavoro tra quelli del concorso alzerebbero le spalle e penserebbero... è sempre così. Nessun merito. E si ritirerebbero nel loro angolo già buio, ancora più buio;
- ...

Nello scenario più realistico quel fumetto, in effetti, non vincerebbe mai.
Poi ci sono le eccezioni. E "concorsi" diversi, con sezioni speciali (!).
Poi ci sono gli editori. La ragione principale per la quale ci sono così tanti lettori (critici (autori (animatori culturali))) militanti rispetto al fumetto è che la maggior parte degli editori di fumetti non sa fare il proprio lavoro. Come si forma, scaccio il pensiero dalla testa. Troppo inopportuno.
Il fumetto è vivo!

lunedì 26 novembre 2012

^Sigh^Life! 11

da asso (c) roberto recchioni

Mio figlio Gabo, 6 anni, si procura una frattura scomposta al braccio sinistro.
Piccolo intervento con manovra e gesso per rimettere tutto in sesto.
Una notte di ospedale. Da un'ora siamo a casa. Si gode uno dei sui cartoni animati preferiti.
Intrattenimento. Vita.
Da quale età l'intrattenimento muta il suo senso? E diviene fuga da se stessi?
Tutto potrebbe riassumersi qui.

E invece, trovo nella posta alcune email che mi fanno sorridere di gioia. La prima tra tutte riguarda la notizia della pubblicazione su LoSpazioBianco.it di un mio lungo articolo su Asso di Roberto Recchioni, seguito da un'intervista all'autore un po' anomala. Ho voluto scommettere (insieme alla redazione) sulla possibilità di poter dialogare con Roberto facendogli leggere in anteprima l'articolo. Ne è nato uno scambio onesto e chiaro, dove abbiamo avuto la possibilità entrambi di esprimere un'idea, un'opinione a volte divergente, senza che ciò si trasformasse in qualcos'altro. Qualcuno non ci avrebbe scommesso, probabilmente.
Sia chiaro, per questo devo ringraziare nuovamente Ettore Gabrielli, che si è occupato dell'impaginazione di tutto il lavoro. Grazie!

La seconda email che ricevo è il ringraziamento di un autore per il modo in cui mi occupo di critica. Ma io non mi occupo più di critica. Faccio solo vile poesia e bassa filosofia. Avere il tempo di spiegare!

Infine, una serie di email da parte di autori ed editori che sto coinvolgendo nel prossimo regalo di Natale di ^S^Comics. Un grande, imperdibile regalo per tutti i miei (pochi) lettori. Vuoi un suggerimento? Chiedi al vecchio Harrydice...

Tutto questo anche per dire che le cose si muovono, ma il tempo per postare su questo piccolo blog è limitato.
A presto, per le novità natalizie, che dicembre è ormai qui.

venerdì 16 novembre 2012

^Sigh^Life! 10



Su suggerimento del mio caro amico Ettore Gabrielli (gran mogol de LoSpazioBianco.it), lancio una nuova iniziativa aperta a tutti gli autori interessati:

Adotta un critico di fumetti.

Puoi mandare un SMS al numero (123456789) per donare 2 euro alla missione dei critici di fumetti abbandonati. Oppure puoi scrivere direttamente a ^S^Comics per indicare quale critico vuoi adottare a distanza.
In cambio, i critici di fumetti realizzeranno recensioni, interviste e approfondimenti che sosterranno in modo chiaro, ineffabile e indiscutibile il tuo lavoro. Ma negando regolarmente di farlo. I benefici sono molti, e la tua credibilità rimarrà intatta.
Quando leggi queste parole, nell'incertezza, ricorda: i critici di fumetti hanno bisogno di affetto e cure. Hanno bisogno di te!